IRON MAIDEN

Genere: Hard & Heavy IRON MAIDEN

Gli Iron Maiden sono autentiche divinità del metallo.
La loro fusione di potenza, tecnica e melodia ha marchiato a fuoco la storia e l'immaginario del rock pesante. Gli Iron Maiden sono la 'cosa in sé' dell'heavy metal, la sua stessa essenza: fondamentali e amatissimi, hanno inventato un genere musicale e hanno [... continua]

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IRON MAIDEN: La biografia

Gli Iron Maiden sono autentiche divinità del metallo.
La loro fusione di potenza, tecnica e melodia ha marchiato a fuoco la storia e l'immaginario del rock pesante. Gli Iron Maiden sono la 'cosa in sé' dell'heavy metal, la sua stessa essenza: fondamentali e amatissimi, hanno inventato un genere musicale e hanno generato un mito intramontabile.
Quando dal 1971 al 1975 Steve Harris, un calciatore delle giovanili del West Ham, passa da un gruppo all'altro suonando il basso per ammazzare il tempo, non immagina che sta per dare vita a una leggenda. Nel 1976, con Tony Parsons (chitarra), Dave Murray (chitarra), Doug Sampson (batteria) e Paul Di'Anno (voce) forma gli Iron Maiden. Il nome si spira alla vergine di Norimberga, la terrificante arma di tortura (un sarcofago irto di lame).
Una dichiarazione di intenti chiarissima.
In un periodo in cui il punk stravolge la musica e impone creste colorate e spille da balia nelle orecchie, la band, rigorosamente in jeans e capelli lunghi, va controcorrente e si guadagna la stima del pubblico con un'intensa attività live. L'etichetta EMI si accorge delle potenzialità del gruppo, lo mette sotto contratto e lo fa suonare di supporto ai mostri sacri Motorhead.
Intanto Dennis Stratton sostituisce Parsons e Clive Burr fa lo stesso con Sampson; nel 1980 Harris e soci forgiano l'omonimo disco di debutto. La produzione è mediocre, ma non importa a nessuno: "Iron Maiden", ruvido e tiratissimo, è un vero gioiello del nascente heavy metal di scuola britannica e diventa immediatamente un classico, trascinato dall'ugola isterica di Paul Di'Anno e dalla cavalcata del singolo "Running Free".
Il seguito, "Killers" (1981), è una scheggia di metallo impazzita: un disco duro e asciutto dall'attitudine quasi punk, anche grazie al nuovo chitarrista Adrian Smith (subentrato a Stratton). La band si imbarca nella sua prima tournée mondiale; tornati in Inghilterra, gli Iron Maiden cacciano Paul Di'Anno, irascibile e alcolista, e reclutano Bruce Dickinson, ex cantante dei Samson.
Sta sorgendo la scena nota come NWOBHM (New Way Of British Heavy Metal) e la band di Harris guida l'assalto. "The Number Of The Beast" esce nel 1982: furibondo e sulfureo, li eleva immediatamente a maestri del genere, che loro stessi hanno inventato insieme (ma in modo diverso) a Judas Priest, Black Sabbath e Blue Oyster Cult.
Il verbo degli Iron Maiden incendia il mondo e i cinque si trovano di colpo tra le stelle del rock; le sfuriate intrecciate delle due chitarre, il basso incandescente e creativo, le melodie memorabili e l'iconografia fantastico/orrorifica fissano un dogma dell'heavy metal.
La band gira a pieno regime e i fan sono compatti; anche le risibili accuse di satanismo scatenate dai soliti moralisti colpiscono a vuoto. Il tour che segue il disco copre 180 date e promuove Eddie, l'essere che compare su tutte le copertine del gruppo, a un ruolo da protagonista negli show dal vivo. I cinque tornano in Inghilterra spossati: Clive Burr, minato dallo stress, lascia il suo posto dietro i piatti a Nicko McBrain.
"Piece Of Mind" (1983) non sposta di una virgola lo stile degli Iron Maiden, anche se non eguaglia il capolavoro che l'ha preceduto. "Powerslave" (1984) arricchisce l'immaginario della band di spunti letterari, grazie all'ambiziosa "Rime Of The Ancient Mariner" ispirata al visionario poema di S.T. Coleridge.
Il gruppo di Harris dal vivo regala spettacoli memorabili: il World Slavery Tour è faraonico, dura 11 mesi filati, porta per la prima volta l'heavy metal oltre cortina (Polonia, Ungheria e Jugoslavia) e partorisce il monumentale album doppio "Live After Death". Il legame tra i Maiden e il loro pubblico è sempre più profondo: li unisce qualcosa più della passione per la musica, è un'empatia che diventa fiducia e rispetto. Un fenomeno unico nel rock moderno.
"Somewhere In Time" (1986) è un altro grande disco, che bordeggia blandamente suoni più moderni (chitarre sintetizzate, tastiere). "Seventh Son Of A Seventh Son", invece, osa spingersi oltre e integra, senza perdere un grammo di potenza, evocative tessiture di tastiera e cavalcate di chitarra, marchio di fabbrica del gruppo. I fan, aggrappati alla sacra formula-Maiden, gridano al tradimento; solo a distanza di tempo il disco sarà rivalutato come uno dei passaggi fondamentali dell'epopea della Vergine di Ferro.
Nel 1988 i Maiden guidano l'assalto dell'evento live Monsters Of Rock, davanti a 100mila persone; oltre a loro ci sono anche Kiss, Megadeth, David Lee Roth, Helloween e Guns N' Roses. Poco dopo Adrian Smith abbandona i compagni, stravolto da un altro tour massacrate, e al suo posto arriva Janick Gers: un funambolo della sei corde, ma privo forse della creatività del predecessore.
Per recuperare la fiducia della vecchia guardia, la band torna con "No Prayer For The Dying" (1990) alle sonorità che li avevano resi grandi. Il tentativo non si compie alla perfezione, tanto che "Bring Your Daughter To The Slaughter" vince un Golden Raspberry Award come peggior canzone dell'anno; eppure diventa un piccolo classico del live set della band.
Al termine della tournée del 1991, Bruce Dickinson mostra segni di insofferenza ed esprime il desiderio di cambiare aria. "Fear Of The Dark" (1992) finisce per diventare il testamento del cantante, che dopo il tour lascia il gruppo per portare avanti il suo side project Skunkworks, un combo simil-grunge che avrà vita breve. La facciata di famiglia felice che gli Iron Maiden si sono costruiti negli anni si infrange ed emergono conflitti intestini e vecchi rancori. I fan soffrono la rottura come se la patissero sulla propria pelle.
Nel 1993 i Maiden celebrano il tour di "Fear Of The Dark", l'ultimo guidato da Bruce, con due dischi: "A Real Live One", che contiene i nuovi pezzi della band, e "A Real Dead One", incentrato sui gloriosi cavalli di battaglia del passato. In un'orgia di album dal vivo, a fine anno esce anche "Live At Donington".
Il problema da affrontare, adesso, è il nuovo cantante: la questione è complessa, perché l'eredità di Dickinson è pesante e pochi hanno le carte e il coraggio per accettare la sfida. Le indiscrezioni mormorano i nomi di autentici mostri sacri del metal, dallo screamer Rob Halford (da poco in rotta con i Judas Priest) a Michael Kiske (ex-Helloween). La scelta cade invece su Blaze Bayley, prelevato dai Wolfsbane: un discreto professionista, sebbene non all'altezza dei concorrenti più rinomati (e del predecessore).
"The X Factor" (1995), l'attesissimo ritorno post-Dickinson, convince pochi. Lo smalto dei tempi d'oro è un ricordo sbiadito, la band sembra affaticata e senza idee. La prova di Blaze, meno infausta di quanto alcuni temessero, è comunque poco soddisfacente; piovono critiche sulle scelte del padre-padrone Steve Harris, che difende il cantante e l'album a spada tratta.
Dopo la parentesi della compilation "Best Of The Beast" (1996), esce "Virtual XI" e ancora è una delusione che brucia. Le idee sono poche, la stanchezza e il disorientamento lampanti. Eppure i fan continuano ad amare gli Iron Maiden senza riserve: criticano, ma non si allontanano. E vengono ripagati con un clamoroso colpo di scena: nel 1999 Bruce Dickinson abbandona la carriera solista e torna ad occupare il posto che gli spetta. Con lui rientra anche Smith: i due, negli anni dell'esilio, hanno collaborato in "Accident Of Birth" e "The Chemical Wedding", il disco capolavoro della carriera solista di Bruce.
I nodi che avevano portato alla rottura vengono risolti: un'energia nuova, una scarica di adrenalina, fa uscire dal coma la Vergine di Ferro e l'entusiasmo che si respira lascia presagire che qualcosa è finalmente cambiato.
I re sono tornati e celebrano l'evento con un'indimenticabile tournée mondiale. Ogni data è una festa trionfale, un rito collettivo di riappacificazione: gli Iron Maiden sono in forma smagliante, Bruce è un front-man senza pari e la nuova, insolita formazione a tre chitarre promette di diventare travolgente.
Sempre nel 1999 la band lancia addirittura un videogioco, "Ed Hunter", ispirato alle gesta di Eddie e ai dischi della band; nel 2000, invece, gli Iron Maiden pubblicano "Brave New World" e ancora macinano watt sui palchi di mezzo mondo: per tutti i metallari della vecchia guardia, e non solo, è come innamorarsi di nuovo. Lo dimostrano le 250mila persone della data in Brasile, un concerto incredibile immortalato in "Rock In Rio" (2002). Nello stesso anno esce anche il best of intitolato "Edward The Great".
Il 2003 è un anno trionfale. Mentre prende corpo il nuovo disco, Harris e compagni mettono a ferro e fuoco i festival estivi e sono accolti ovunque da folle osannanti: grande l'esibizione all'Heineken Jammin Festival (in occasione della quale Dickinson spara a zero sui Limp Bizkit che danno forfait).
In accoppiata con il singolo "Wildest Dreams", a settembre esce "Dance Of Death", ispirato ritorno alle radici, e gli Iron Maiden incassano un successo imperiale, piazzandosi in testa alle classifiche di mezza Europa, Italia compresa (non era mai successo). L'apoteosi è celebrata nel nuovo Dance Of Death World Tour.
Nel 2004 viene pubblicato il doppio DVD "The History Of Iron Maiden Part 1: The Early Days", una sorta di documento storico che racconta la vita della band nel corso dei suoi primi quattro album. Sempre in tema di celebrazioni, i Maiden nel 2005 prendono parte al massiccio Ozzfest americano (dopo aver calcato le assi dei principali festival estivi europei), suonando in gran parte solo materiale estratto da quei dischi, comprese alcune canzoni che non sentivano live da anni.
Nel frattempo Dickinson sforna "Tyranny Of Souls", il primo lavoro solista in sette anni (da "Chemical Wedding"). E a inizio 2006 arriva un altro doppio DVD più album live degli Iron, "Death On The Road".
Nell'estate del 2006 esce "A Matter Of Life And Death", quattordicesimo album in studio della band. Il disco recupera un atteggiamento musicale simile a quello del 'vecchio' "Seventh Son Of A Seventh Son" e lancia l'ennesima, lunghissima tournée (si gira il mondo fino all'estate dell'anno successivo).

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