Ayo

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Ayo

Spirito libero.
Prima ancora che una raffinata autrice e interprete, l'afro-tedesca Ayo è figlia della multiculturalità. Nata a Colonia, in Germania, nel 1980, Joy Olasunmibo Ogunmakin, il suo nome d'arte significa gioia ed è la traduzione del suo nome di battesimo nel dialetto africano Yoruba. Il padre è nigeriano e la madre gitana, un background familiare che esercita un grosso influsso sulla ragazza, cresciuta tra lo stile di vita bohemien e quello nomade.
Ayo si avvicina alla musica grazie alla collezione di vinili del padre - che all'epoca faceva il DJ, ascoltando e appassionandosi indistintamente a tutta la musica ma con una sensibilità speciale verso quella di derivazione afro: Fela Kuti, Soul Children, Bob Marley, Prince Sunny Adè, il re della Juju music. Per anni l'artista in erba prende lezioni di violino e di pianoforte, ma il vero colpo di fulmine avviene con la chitarra all'età di quattordici anni, da quel giorno il suo strumento preferito.
A 21 anni Ayo si trasferisce per qualche tempo a Londra, presso parenti, una prima tappa formativa fondamentale, ma non l'unica. A New York entra in un giro di produttori e musicisti e partecipa a diversi mesi di session. A Parigi mette a frutto quanto imparato negli States e in meno di due anni il suo talento decolla e il suo nome passa sulla bocca di tutti, che la identificano come nuova promessa del soul. Ma quando sembra che la sua carriera sia sul punto di esplodere, Ayo opta per una scelta di vita e rimane incinta per dare alla luce, 9 mesi dopo, il figlio maschio Nila.
Nel 2006 finalmente arriva la produzione del sospirato album, "Joyful" registrato in pochi giorni con tutta la band, come se fosse un live, la condizione che Ayo preferisce e in cui riesce a dare il meglio. Prodotto da Jay Newland, il disco racchiude 12 canzoni agrodolci e dal sapore retrò, a partire dal singolo "Down On My Knees" in cui l'artista mette tutta se stessa: dalle lezioni newyorchesi al corredo genetico delle sue origini zingaro-nigeriane, dalla musica giamaicana alle influenze soul di Stevie Wonder e Donnie Hathaway, forse i due artisti a cui Ayo si è sempre ispirata maggiormente.
Il sequel, Gravity At Last, arriva nel 2008, ed è un album sulla falsariga del precedente, intimo, intriso di soul e quindi strettamente personale. Le 13 canzoni della playlist sono tutte scritte e composte dalla cantautrice e il disco ha la particolarità di essere inciso in analogico, cioè registrato (presso i celebri Compass Studios delle Bahamas) in presa diretta in soli cinque giorni per creare un sound e un felling 'live' che normalmente i dischi da studio non hanno.