Aztec Camera

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Il ritorno alla melodia dopo la sbornia del punk. Gli Aztec Camera sono e sempre saranno Roddy Frame, delicato a sensibile scozzese nato a Glasgow nel 1964: quando nel 1980 fonda la band ha appena 17 anni, e buona parte li ha passati tra le bordate violente del punk. Ma Roddy guarda da tutt'altra parte, a Elvis Costello – quello meno arrabbiato - che da pochi anni sta muovendo i suoi passi nella music scene inglese; al pop melodico, quello delle tenere emozioni, che non era scomparso nemmeno nei rivolgimenti dei Seventies; e soprattutto guarda al gran rivolgimento di band, generi e stili che, placate le acque della contestazione, ricominciavano a parlare al cuore dei teenagers inglesi. E poi Glasgow è un bel posto dove cominciare a sognare di diventare un idolo pop: Cocteau Twins, Orange Juice, Associates e Big Country sono già sulla breccia, e Roddy si mette sui loro passi, lanciando il revival della chitarra acustica, delle parole misurare, dei sentimenti, e lancia quel movimento che passerà alla storia della musica leggera come twee pop scozzese.
I primi passi sono una manciata di singoli pubblicati nel 1981 ("Just Like Gold", "Mattress Of Wire") e l'anno successivo ("Pillar To Post") per le neonata label indipendente Postcard: è il viatico, spensierato e naif, alla pubblicazione del primo album "High Land Hard Rain" al quale gli Aztec Camera lavorano a Londra, con una lineup da cui se ne sono già andati sia Campbell Owens (basso) che Dave Mulholland (batteria). I due vengono ben presto sostituiti (ancor prima dell'uscita dell'LP di debutto, al quale lavora il batterista Dave Ruffy) e questa diventerà la costante di una band che altro non sarà che l'anima del suo leader Frame. L'album è davvero quello che ci vuole per la generazione stropicciata dalla rivoluzione punk: un pop melodico e vellutato, che guarda con misura a tante influenze, dallo spagnoleggiante flamenco al sudamerica nostalgico e fino al soul, per dare una forma confidenziale alle insicurezze quasi new romantic dei teenagers dei primi anni '80. Il singolo "Oblivious" scala le classifiche pop inglesi, raggiungendo il diciottesimo posto e trainando almeno un altro paio di successi estratti da quell'album, "Walk Out To The Winter" e "We Could Send Letters" di cui i primi fan apprezzano soprattutto la grazia compositiva.
Il buon successo, di pubblico e di consenso prima ancora che commerciale, spinge Frame e gli Aztec Camera a mettersi subito al lavoro per il secondo album, "Knife", che esce l'anno successivo per la Sire e grazie anche alla collaborazione e produzione di Mark Knopfler, leader dei Dire Straits: il tocco esterno accentua la componente ritmica dell'album rispetto al disco precedente e il lavoro sembra entrare nel solco di Fleetwood Mac e Rod Stewart anche se Frame si ritaglia spazi personalissimi in cui struggersi e dolersi come in "Backwards And Forwards" o nella title track. L'album è testato nel primo tour mondiale degli Aztec Camera che appena concluse le date live (da cui verrà tratto un omonino minidisco live di 5 pezzi, tra cui una estemporanea cover di "Jump" dei Van Halen) tornano velocemente in Scozia per pensare alla terza puntata della loro produzione discografica.
"Love" esce nel 1987 e Frame ci lavora praticamente da solo, accompagnato in studio solo da qualche amico: il soul vellutato di "Everybody Is Number One" e "Deep & Wide & Tall" sembra fatto apposta per i nostalgici dei Culture Club prima ora, ma sono i singoli "Somewhere In My Heart" (salito fino alla terza posizione nelle charts pop) e "How Men Are" a portare le vendite del disco ben oltre il milione, tanto da indurre Frame ad allestire una mega - formazione di nove elementi per accompagnarlo nel tour di quell'anno.
Il successo è evidente e gli Aztec Camera si prendono tre anni di pausa prima di tornare con una nuova uscita discografica: "Stray" infatti arriva solo nel 1990 ed è osannato dalla critica anche se i fan faticano a capire la direzione dell'album, conteso tra le venature jazz di "Over My Head", il soul bianco di "The Gentle Kind" o il blues sulfureo di "Notting Hill Blues", oltre a episodi decisamente più rockeggianti (e dal sapore di protesta) come "Got Outta London", "Good Morning Britain" e "Rolling Stones (How Is It)".
È comunque con i due album successivi che Frame torna a competere con la prima manifestazione degli Aztec Camera: "Dreamland" esce nel 1993 in collaborazione con Ryuichi Sakamoto, che rende l'album decisamente più sofisticato e rarefatto fino a sfiorare l'algido synth jazz della produzione del genio giapponese (soprattutto nei singoli "Spanish Horses" e "Dream Sweet Dreams"); "Frestonia" (1995) cerca di recuperare la prima idea ("Rainy Season" e "Phenomenal World") ma soprattutto di misurarsi con i nuovi astri nascenti del pop, Blur e Oasis su tutti, che stanno spingendo Frame e gli Aztec Camera nell'angolino. E forse anche per questo motivo dopo l'uscita dell'album Frame decide di rinunciare alla copertura degli Aztec Camera e di mettersi in gioco in prima persona: nel 1998, per una produzione indipendente, esce il suo primo album solista, "The North Star", che ripercorre stili e modi dell'avventura Aztec Camera. E dopo "The Best Of Aztec Camera", il giusto tributo pubblicato nel 1999 dalla WEA alla memoria di un gruppo il cui compito nel pop melodico si era ormai esaurito, Frame torna ancora nel 2002 con "Surf", disco acustico e solista.