Basement Jaxx

Basement Jaxx

C'è chi dice che hanno preso la musica house alle spalle e l'hanno letteralmente sconvolta. Loro rispondono di continuare a sentirsi parte di un universo rock a tutti gli effetti, da veri produttori di musica. Di vero c'è che dai tempi di “Remedy” del 1999 si sono conquistati l'adorazione estatica del mondo dance, dai clubbers più incalliti agli stessi DJ dalle orecchie ultraraffinate.
Tutto probabilmente dipede dal fatto che Felix Buxton e Simon Ratcliffe, cioé i Basement Jaxx, vengono da Londra, un caos metropolitano di migliaia di persone, etnie, opinioni e gusti molto eccitante e di alto impatto energetico di cui cercano di far convivere i diversi elementi nella loro musica.
Non che la loro carriera sia nata nella posh London, perché i due vengono da south London, dove hanno cominciato organizzando party illegali in un losco ristorante messicano della Brixton vecchia maniera, cioé più criminale che trendy. Le attenzioni della polizia di sua maestà britannica e quelle altrettanto simpatiche degli spacciatori della zona mettono ben presto fine a questi primi ideali tentativi di ritornare alle origini della musica house e all'abbandono totale nei party notturni dei loft di Chicago.
Fatto un passo indietro da questo primo spirito garage, Felix e Simon si ritirano nello studio di Simon, cioé nella sua camera da letto in un seminterrato (da cui Basement ...), e si mettono all'opera per confezionare un mix di New York house con un pizzico di London club attitude. Del resto le loro prime influenze sono legate alla scena house americana, al tempo sicuramente più densa di soul e con una qualità delle produzioni decisamente superiore a quella europea.
Quello che ne esce sono alcuni classici da discoteca come “Flylife” e l'Ibiza Anthem “Samba Magic” che lanciano quel tipico Basement Jaxx sound forgiato nella loro club-night, una serata mensile passata in breve tempo da semplice ritrovo dei loro amici all'evento più esclusivo di Londra.
Una serie quasi infinita di EP per la loro Atlantic Jaxx label, e poi la “Atlantic Jaxx compilation" del 1997, ricca di influssi soul, jazz, reggae, house e samba senza dimenticare le tradizioni British del punk e dei rave, preludono al loro disco d'esordio “Remedy”, uscito nel 1999 per la XL records, la stessa dei Prodigy.
Una intensa attività di dj set ovunque nel mondo rimanda al 2001 l'uscita del loro secondo album “Rooty”, che prende il nome da una serie di party underground e illegali in un Irish pub di Brixton ai quali i Basement Jaxx hanno partecipato in quel periodo. Il disco è l'istantanea perfettamente a fuoco dello stato dell'arte della dance music di quell'epoca, improntato all'eclettismo di musica house con generosi innesti di punk, funk, R&B, jazz, hip hop, 2-step e influenze pop.
Nonostante una buona dose di autocritica li abbia fatti affermare che questo disco a distanza di tempo lascia l'impressione di una sequenza di singoli messi assieme da due personalità ben distinte, “Rooty” è il disco che li ha innalzati nell'empireo della musica dance mondiale, accanto a Chemical Brothers e Underworld nello spazio lasciato vuoto tra Daft Punk e Timbaland.
Un altro paio di anni in giro per il mondo servono a Felix e Simon per raccogliere il materiale necessario all'ispirazione per il loro terzo album che questa volta non inizia per R e non finisce per Y ma si intitola “ Kish Kash”.
In effetti il nome non deriva nemmeno da qualche leggendaria serata nei club inglesi ma è un ibrido che si può scambiare per un termine russo oppure turco e che nelle loro menti significa sostanza. La sostanza di un disco decisamente omogeneo nonostante svolazzi tra i generi (del resto loro se lo possono ormai permettere) che, dopo la trascinante “Good Luck” con Lisa Kakaula alla voce inanella una serie di collaborazioni d'eccezione che vanno dalla regina new wave Siouxie Sioux che si cimenta con il garage di "Lucky Star" allo sfruttamento perfetto del rapping di Dizzee Rascal fino a Jc Chasez degli N'Sync che vocalizza con inaspettata forza su "Plug It In" e MèShell Ndege Ocello, alle prese con i toni soffusi della conclusiva “Feels Like Home”, tipico brano elettronico da comedown del giorno dopo.