Beck

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Come fai a rimanere il profeta della video generation quando canti "Mtv mi fa venir voglia di fumare crack"? C'è un solo modo: venire da Los Angeles e chiamarsi Bek David Campbell.
Ma chi è veramente questo tipo che va avanti a lo-fi e mescola nella stessa canzone country e rock, folk e hip-hop, Delta blues e psichedelia? È il domandone che frulla nelle cuffie dei deejay yankee mentre bombardano l'etere sulle note di "Loser", insieme debutto in 500 copie e più grande successo mai inciso da Beck (la c prima della k è colpa del registro a scuola).
È l'estate del 1993. Beck ha appena 23 anni. È un genio. È un miliardario.
Il bello è che lui non lo sa.
Come tutte le grandi rockstar il genio del losangelino è multiforme, in perenne mutazione e deve ancora trovare la miscela vincente prima di incantare tutti. Infatti in Beck coabitano 2 anime, tanto opposte quanto complementari: tradizione e sperimentazione, rap e cantautorato, lacrime e humour, pace e pazzia.
Ma da dove arriva tutto questo?
Il talento gli arriva dalla famiglia: nonno Al è un artista del movimento Fluxus in contatto con Yoko Ono; mamma Bibbe gravita attorno a David Bowie e Andy Warhol; papà David è un musicista bluegrass che dispenserà arrangiamenti ad Aerosmith e Green Day.
La psicologia di Beck arriva non si sa bene da dove, ma per capirla aiuta tenere d'occhio le contraddizioni: nasce a Los Angeles ma cresce tra la periferia di Kansas City e un ghetto salvadoregno, pubblica album miliardari ma intanto progetta misconosciuti capolavori lo-fi, compone centinaia di canzoni ma è uno dei più grandi sampler mai esistiti, lavora coi migliori produttori hip hop eppure prima di tutto sarà sempre un menestrello unplugged.
Tutto lo Yin e lo Yang dell'universo beckiano esplodono nelle strofe allucinate di "Loser", che un giorno di fine 1993 solletica le orecchie della major musicale Geffen Records e che nonostante un ritornello impermeabile ai trucchi delle boyband ("Sono un perdente, baby, perché non mi ammazzi?") frutta allo sbarbato ben 200 dollari per registrare il primo 33 giri come si deve: "Mellow Gold".
È nata una stella.
Tempo un anno e "Mellow Gold" diventa disco di platino: dopo una gavetta penosa (venditore di hot dog alle feste per bambini, spazzino, traslocatore di frigoriferi), dopo l'abbandono della scuola a 16 anni, e soprattutto dopo 6 anni su e giù per l'America a fare il musicista di strada (la sua prima cassettina, "Banjo Story", costava 3 dollari), dopo tutto questo Beck è una superstar. E mentre i teenager cantano "Loser", "Pay No Mind" e "Beercan" lui si fidanza con Leigh Limon. Più o meno nello stesso momento Kurt Cobain punta il fucile dove non t'aspettavi, i Radiohead hanno giusto finito di cantare "Creep" e il Lollapalooza affascina mezza America.
Ma il biondino Mr. Hansen (è il cognome d'arte) ha la testa già altrove.
Il fatto è che, a differenza di molte pigre popstar, il suo contratto discografico è molto particolare e lo autorizza a pubblicare contemporaneamente tutti i dischi 'paralleli' che vuole, ma solo per etichette underground. Da qui nascevano capolavori stile Woody Guthrie come "Banjo Story" (annata 1988) o "Fresh Meat And Old Slabs" (regalo di compleanno per mamma Bibbe), mentre poco prima della dorata Geffen c'erano stati "Golden Feelings" e "A Western Harvest Field By Moonlight": sempre in tiratura limitata, sempre autoprodotti e sempre con Beck dietro al 99% degli strumenti.
È così che a cavallo di "Mellow Gold" il nostro svuota gli archivi e spuntano fuori "Stereopathetic Soulmanure" e "One Foot In The Grave": in totale fanno tre dischi in neanche 12 mesi. "Stereopathetic Soulmanure" è uno psicotico mix di noise sperimentale, nuovi standard folk in incognito (nel 1996 "Rowboat" non sfuggirà a Sua Maestà Johnny Cash) e frammenti di audiodiario; "One Foot In The Grave" fotografa in sedici brani qualcosina delle session acustiche cedute alla gloriosa K Records di Calvin Johnson.
In totale siamo già a quota 7 dischi, ma per il grande pubblico Beck resta l'esordiente di "Loser", e stop.
Serve una scossa.
Ma la scossa diventa una tempesta magnetica e nasce un capolavoro di nome "Odelay": il secondo 33-major di Beck esce nel 1996, ma la critica yankee lo ficca subito nel ristretto club 'album-must del decennio'. Per l'ex ragazzino in t-shirt e scarpe da tennis è la consacrazione definitiva: 1 Grammy Award (miglior performance alternativa), 2 milioni di copie negli Usa, 5 singoli, i 2 gradini-top sul podio di Rolling Stone (disco e artista dell'anno, con la seguente motivazione: "è la nuova stella del sistema solare pop"), più "Devils Haircut" e "The New Pollution" che rastrellano 5 MTV Video Music Awards.
E per completare il panorama bisogna solo ricordare che il disco inaugura la collaborazione coi Dust Brohers, i miracolosi produttori dei Beastie Boys, che finalmente saldano le 2 personalità beckiane trasformando "Odelay" nel primo album country-rap della storia.
È tempo di andare in pensione? Per niente: nel suo cassetto c'è un disco latinoamericano, uno funk, uno di ninnananne, uno lo-fi, uno cibernetico...
Tutto questo puntualmente avverrà nel giro di 6 anni.
Intanto il biondino fa vedere che è cresciuto: mette in mostra i quadri fatti col defunto nonno Al, è autorizzato a suonare con Bob Dylan, si fa remixare due singoli da UNKLE e Noel Gallagher degli Oasis, e trova anche un buco per incidere "Deadweight" (tema portante di "Una Vita Esagerata", con Cameron Diaz, 1997).
E qui c'è il primo cambiamento di rotta: "Deadweight" mostra un Beck sempre elettronico ma con beat più minimali, misti a collage unplugged e fascinazioni tropicali: praticamente la ricetta di "Mutations" (1998), quasi-terzo disco major di Beck registrato in due settimane e idealmente pensato per un'etichetta indie. Poi però la Geffen se ne appropria a giochi già fatti (con successiva battaglia legale per compensi e diritti di pubblicazione).
"Mutations" porta a casa 1 Grammy per la miglior performance alternativa, vende più di 500.000 pezzi infilando 3 singoli raffinati ("Tropicalia", "Nobody's Fault But My Own" e "Cold Brains") e consacra il ritorno del Beck più casalingo, intimista e polistrumentista (ma in console è spuntato Nigel Godrich, arma segreta dei Radiohead). Come giustifica la sua mutazione, Mr Hansen? "Chiaramente a certi fan piace solo Odelay o Mellow Gold: ma il blues, il folk, i suoni della tradizione... io ho bisogno di quelle cose. Per me stesso".
Tonalità più pacate e ritmi latini (cool le improvvisate live con Caetano Veloso), ma ancora testi bizzarrissimi in perfetto stile Beck: il solo capace di cantare "finestre pitturate di sesso e libertini ubriachi, profumati di decadenza".
Il successivo album-major è "Midnite Vultures" (1999).
Ma se per "Mutations" bastava dire "buona la prima", con "Midnite Vultures" si cambia registro: 14 mesi di lavoro, sovraincisioni a pioggia, ancora i Dust Brothers su due brani, registrazioni in casa e produzione leccatissima per ottenere il perfetto 'disco da festa scema' ("perché essenzialmente la vita è scema"). Per Beck "le tracce di Midnite Vultures sono a metà strada fra Odelay e un album che non c'è ancora", ma forse è meglio farsele presentare dal New Musical Express: "jam funkatroniche frullate fra una Jacuzzi e una Limousine superbamente coooool". La somiglianza con Prince è evidente e a parte una ballad onirica ("Beautiful Way") abbiamo davanti il disco più festaiolo del millennio che fugge: i 45 "Sexxlaws" e "Mixed Bizness" più il tormentone "Debra" (già classico bis dell'Odelay-era) pompano ovunque vibrazioni di irresistible erotismo funk. La tournée punta tutto sul divertimento e prima della canonica b-side compilation ("Stray Blues", 2000) fila via liscia... a parte il nostro che per sbaglio finisce impalato live sull'asta di un basso.
Archiviato "Midnite Vultures" (disco d'oro il 1 aprile 2000), si cambia ancora: Beck lavora a 2 pezzi degli Air (ottobre 2000), trasloca a Pasadena, smanetta col produttore di Missy Elliot, miete seguaci in tutto il mondo (Badly Drawn Boy è il migliore) e in Italia (Bugo e Moltheni, per esempio), presta una cover di Bowie ("Diamond Dogs", 2001) alla soundtrack di "Moulin Rouge", fa 3 pezzi con Marianne Faithfull, inizia un disco techno (con Dan 'the Automator' Nakamura dei Gorillaz, Cornelius e i Dust Brothers), poi ne abbozza un altro più rock e fa subito retromarcia ("Non c'era più rock in giro, ma poi sono arrivati tutti quei 'the': The Strokes, The White Stripes... e ho lasciato stare"). Ma siamo quasi al 2003.
E dischi nisba.
Duplice la spiegazione: l'ex teenager sa che bisogna ancora cambiare: ecco perché ascolta Leonard Cohen ed ecco perché lavora con disciplina sulla forma-canzone ("Limare le esecuzioni, ecco cosa ho fatto per due anni"). L'altro ingrediente del nuovo Beck è altrettanto semplice e doloroso: un giorno apre l'e-mail e ci trova un messaggio firmato dall'amante della sua ragazza. Risultato: rompe il fidanzamento con Leigh Limon dopo 8 anni.
Ora sì che è il momento di cambiare.
La nuova mutazione è "Sea Change" (settembre 2002, sempre con Nigel Godrich e stavolta subito su Geffen): una dozzina di pezzi composti quasi tutti in due giorni e completamente immersi nel lato perverso del folk: oscuro, confessionale e impietoso.
"Sea Change" è un disco da 3 del mattino.
I testi sono diventati lineari, secchi, non più umoristici. I suoni sono orchestrati (arrangia papà David) ma spogli ("ideali per viaggi in macchina di notte e giorni di pioggia", dice Rolling Stone), le parti vocali più scarne ma adulte. E in neanche un'ora scorrono racconti di gite nel deserto, cicatrici dentro e fuori, cimiteri con rose gialle, cose che era meglio non sapere, lacrime solitarie e cause perse.
È cambiato, Beck.
O forse no: "Ho ancora un album cominciato 10 anni fa di roba acustica appena pizzicata, poi c'è il disco rock che aspetta sempre lì, più un progetto con Kool Keith (abbiamo già 3 pezzi pronti), magari una raccolta di cover..."
E invece, dopo una lunga tournée mondiale il ritorno in studio è con "Guero" (marzo 2005): 13 tracce che si staccano dall'iper-intimismo di "Sea Change", mescolano un'infinità di suggestioni e confermano Beck come uno degli autori più caoticamente ispirati dei suoi tempi. Dopo una comparsata benefica a favore dell'Unicef con "Do They Know It's Halloween" nell'ottobre 2005 insieme a Sonic Youth, Yeah Yeah Yeahs e altri, il biondo californiano regala per Natale (in realtà il Cd verrà posticipato al 20 gennaio 2006) ai fan "Guerolito: The Remix Album", una rielaborazione sonora "Guero" realizzata insiema a alcuni grandi produttori (tra cui Ad Rock dei Beastie Boys, John King dei Dust Brothers, Dizzee Rascal) e quattro brani inediti da ascoltare sul suo sito, "Sorrow", "Day For Night", "Premonition" e "Untitled 2".
Nel marzo 2006 la notizia tanto attesa: Mr. Hansen si chiude in studio con Nigel Godrich per registrare un nuovo album. Le session saranno difficili soprattutto nella fase finale: Beck dice che tra tagli, aggiunte e rifacimenti è come avere registrato il Cd tre volte. Il risultato è "The Information", 15 brani (più Dvd) che si discostano dalle atmosfere folk intimistiche di "Sea Change", o meglio, tracce che all'acustico e cantautorale aggiungono l'elettronico e il cut up della vena più ironica e creativa di Beck. Non è una rivoluzione, non è una nuova strada sonora, ma è il ritorno del Beck come lo si è sempre conosciuto e immaginato. Ovvero imprevedibile, prismatico, pazzoide. A partire dalla copertina, realizzata in carta millimetrata e personalizzabile con adesivi inclusi nella confezione (in Inghilterra è stata considerata 'pratica sleale'). Segue, ovviamente, tour mondiale.