Black Sabbath

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Black Sabbath

I Black Sabbath hanno cambiato per sempre il rock.
Senza la loro nera profezia, forse tutta la musica pesante moderna non esisterebbe nemmeno. I Sabbath hanno preso il blues-rock di fine Sessanta (Cream, Blue Cheer, Vanilla Fudge) e l'hanno portato alle sue estreme conseguenza: tempi rallentati, basso in evidenza, riff di chitarra oscuri ed ossessivi, testi colmi di angoscia e fantasia (anche morbosa). Il metal l'hanno inventato loro, il doom pure, e bene o male tutto il rock deve fare i conti con loro.
La leggenda nasce da quattro teenager di Aston, vicino a Birmingham (in Inghilterra): Anthony 'Tony' Iommi (chitarra), William 'Bill' Ward (batteria), John 'Ozzy' Osbourne (voce) e Terence 'Geezer' Buttler (basso). All'inizio chiamano la loro band jazz-blues Polka Tulk, poi si ribattezzano Earth e suonano in giro per l'Europa. Nel 1969, a causa di un'omonimia, decidono di cambiare moniker e scelgono Black Sabbath.
Grazie ai loro live show incendiari, ottengono di pubblicare per una sotto-etichetta della Phillips il loro singolo di debutto, "Evil Woman" (cover di una hit americana). Il mese dopo la Vertigo, un'altra etichetta sussidiaria della Phillips, fa uscire il disco "Black Sabbath" (1970): un fulmine a ciel sereno, una cosa mai sentita.
Il disco riscuote un successo clamoroso in Inghilterra e – anche se a scoppio ritardato - negli Stati Uniti: nel giro di un anno vende un milione di copie. Il rock intanto non è più quello omogeneo e omnicomprensivo degli anni Sessanta: si frammenta in mille esperienze diverse, diventa più hard e militante. I Black Sabbath sono in prima fila. Ma se la critica è riuscita a digerire anche i rivoluzionari Led Zeppelin, sulla band di Ozzy (che sta sul crinale del rock più estremo) fa piovere contumelie impietose. Proprio l'approccio senza compromessi, però, rende i Sabbath ancora più amati dal pubblico.
Ancora nel 1970 esce "Paranoid": secondo capolavoro, secondo successo esplosivo (4 milioni di copie). Un anno dopo i Sabbath pubblicano il loro terzo disco, "Master Of Reality", seguito da "Volume 4" (1972) e "Sabbath Bloody Sabbath" (1973): tutti vanno oltre la soglia del milione di copie vendute. In una canzone di "Bloody Sabbath" la band suona con Rick Wakeman, il tastierista degli Yes: è il segnale di un lento scivolamento verso nuove forme musicali.
Nel 1974 i Sabbath si infilano in un vespaio di problemi manageriali e rimangono bloccati per un anno. Finalmente esce "Sabotage" (1975), ma l'aria è cambiata e le cose, per una band heavy come loro, si fanno sempre più difficili. L'album non riscuote i consensi sperati e la casa discografica corre ai ripari con una fortunata compilation su due LP, "We Sold Our Soul For Rock 'N' Roll" (1975).
I Sabbath decidono comunque di dare una sterzata al loro stile musicale e questo crea conflitti tra Ozzy Osbourne (fedele al sound classico dei Sabbath) e Tony Iommi (che punta a rinnovare la formula). "Technical Ecstasy" adotta alcune delle idee di Iommi, ma il disco non entusiasma. Ozzy trasuda frustrazione: nel 1977 lascia i Black Sabbath, sostituito da Dave Walker, ma ritorna alla sua creatura un anno dopo. "Never Say Die!" (1978) conferma il momento mediocre dei Sabbath e nel 1979 Ozzy lascia una seconda volta i compagni per tentare la carriera solista.
Al suo posto subentra Ronnie James Dio, ex cantante dei leggendari Rainbow; i Sabbath aggiungono alla line up, sebbene non ufficialmente, anche il tastierista Geoff Nichols. I risultati della svolta si misurano con il successo di "Heaven And Hell" (1980), una vera resurrezione (soprattutto commerciale) per la band. Bill Ward lascia per problemi di salute; con Vinnie Appice i Sabbath registrano "Mob Rules" (1981). Un nuovo scontro frattura il gruppo: ancora Tony Iommi, ancora il cantante. Ronnie James molla tutto portandosi dietro Appice.
Rientra Bill Ward e – a sorpresa – è della partita anche Ian Gillan, ex-cantante dei rivali Deep Purple. Esce "Born Again" (1983), ma a marzo dell'anno seguente Gillan partecipa alla reunion dei Deep Purle. Dopo la meteora Dave Donato, torna Ozzy, ma solo in occasione di un live set del 1985.
Quando anche Geezer Butler lascia i Sabbath, la band diventa una sorta di progetto personale di Tony Iommi, tanto che "Seventh Star" (1986) riporta la dicitura 'Black Sabbath featuring Tony Iommi'. Dietro il microfono c'è un altro ex-cantante dei Purple, Glenn Hughes; anche lui dura pochissimo, rimpiazzato da Ray Gillen.
Ad esclusione di Iommi, sempre più padre-padrone, i cambi di line up si succedono rapidamente. Per "Headless Cross" (1989), a Tony Martin (voce) si uniscono il veterano Cozy Powell (batteria) e Laurence Cottle (basso); nel 1990 esce "Tyr" con una formazione ancora rimaneggiata. Finalmente Iommi riesce a rimettere in piedi i Black Sabbath del periodo 1979-1983 (Dio, Appice, Butler) per registrare "Dehumanizer" (1992).
Alla fine del 1992 si parla di una possibile reunion con Ozzy, ma il miracolo non si compie. In compenso, Appice e Dio se ne vanno un'altra volta (arrivano Tony Martin e il batterista Bob Rondinelli). Esce "Cross Purposes" (1994), che vende poco; Iommi pesca nella selva di ex-membri e con Cozy Powell, Tony Martin, Geoff Nichols e Neil Murray registra "Forbidden" (1995). I risultati di vendita sono scarsi: il mito sembra giunto all'atto finale.
Invece, i Black Sabbath hanno più vite di un gatto (ovviamente, nero): nel 1998 esce "Reunion", un doppio cd live con un paio di canzoni nuove. La line up è la prima, la più amata: Ozzy Osbourne, Tony Iommi, Geezer Butler e Ian Ward. La canzone "Iron Man" fa vincere ai Sabbath il loro primo Grammy come 'miglior performance metal'; nel 2000 vengono nominati per la quarta volta tra i papabili per entrare nella Rock And Roll Hall Of Fame, ma Ozzy accusa la manifestazione di essere asservita alle logiche di mercato.