Celtic Frost

Celtic Frost

Le radici dell'heavy metal europeo. I Celtic Frost hanno fatto sul vecchio continente quello che i Metallica hanno fatto negli States: riscrivere le coordinate della musica pesante, influenzare intere generazioni di musicisti e diventare delle leggende viventi. Ma se il successo ha sempre sorriso a Hetfield e soci, i Celtic Frost hanno interpretato fino in fondo il ruolo di band controversa e maledetta, bruciandosi la piazza con un disco glam e ritirandosi dalle scene mentre i loro primi dischi diventavano dei manuali di testo.
Il protagonista della storia è Thomas Gabriel Fischer, uno dei pochi svizzeri nato in una famiglia povera, outsider predestinato mosso da un bruciante desiderio di rivalsa. Durante il liceo Thomas si innamora della New Wave Of British Heavy Metal, ascolta i Raven e i Venom e, finita la scuola, decide di mettersi anche lui a fare rock pesante.
Fedele all'estetica protometal, nel 1982 ragazzo cambia il suo nome in Tom Warrior e fonda la sua prima band, gli Hellhammer, con Steve Warrior (basso) e Bruce Day (batteria). Rozzi e, a detta di alcuni, i tre riescono comunque a farsi notare nella scena svizzera col loro primo demo, poi inizia la giostra degli avvicendamenti: il basso passa a Martin Eric Ain e la bacchette della batteria a Stephen Priestly.
Nel 1983 la Noise inserisce due pezzi del gruppo nella seminale raccolta "Death Metal", ma prima che l'anno finisca Tom e Martin decidono che gli Hellhammer hanno detto quello che dovevano dire e seppelliscono il monicker. Con una nuova verve, meno estrema e più gotica, i tre ripartono facendosi chiamare Celtic Frost. Nel 1984 vanno a Zurigo per registrare il loro primo disco, "Morbid TalesW", una sfuriata thrash ancora immatura che però li fa entrare nel novero delle band più promettenti d'Europa.
L'avventura di Priestly termina poco dopo l'uscita dell'album al suo posto alla batteria arriva un americano, Reed St. Mark, che porta quel tanto di esperienza e talento che ancora mancavano. Per i Celtic Frost è anche ora di iniziare a suonare dal vivo, e dopo qualche data di rodaggio a Zurigo vanno a battere le piazze più naturali per un gruppo svizzero: Austria e Germania.
Di ritorno dal tour, i conflitti interni iniziano a farsi sentire: Warrior ritiene Ain demotivato e lo rimpiazza con Dominic Steiner, bassista che dura poco visto che prima dell'uscita del secondo disco Tom ci ripensa e offre una seconda chance al buon vecchio Martin. Nel 1985 esce "To Mega Therion" e mette tutti d'accordo. Il thrash degli esordi è sporcato da influenze classiche e folk, il suono ha qualcosa di nuovo e dannatamente morboso e i Celtic Frost vengono catapultati sulla ribalta del metal mondiale. La disturbante copertina di H. R. Giger (l'inventore dell'alieno di "Alien") completa il sapore svizzero dell'album.
Incassati successo e buona critica a "To Mega Therion", Warrior e soci ripartono on the road: prima partecipano al World War Three metal festival di Montreal, poi girano l'Europa in compagnia di Helloween e Grave Digger. Rientrati in patria, i Celtic Frost spostano ulteriormente i paletti del loro discorso musicale con "Into The Pandemonium" (1987). È un album destinato a fare scuola, che alterna brutalità, stacchi sinfonici e contaminazioni elettroniche. La critica inizia a parlare di avantgarde metal e il death europeo, per molti versi, nasce da qui.
Il disco spiana la strada al successo del combo svizzero, che assolda un altro statunitense (Ron Marks) come chitarrista live e parte per una serie di date trionfali nel Regno Unito. Sull'onda dell'entusiasmo i Frost mettono in piedi anche il loro tour più ambizioso, negli Stai Uniti, che si rivela però una sorta di calvario. Marks entra presto in conflitto con gli altri membri del gruppo, i problemi di organizzazione piovono fitti e la Noise non sembra molto intenzionata ad aprire il portafogli quanto necessario.
Alla chiusura della tournée, a New York, tecnici e roadies prendono in ostaggio l'attrezzatura pur di farsi pagare. La band è in ginocchio e in rotta totale con la casa discografica, Warrior e Ain ne hanno abbastanza e sciolgono i Celtic Frost.
Il pensionamento dura poco: a inizio 1988 il chitarrista svizzero Oliver Amberg convince Fischer a rispolverare il nome di battaglia e rimettere in pista il gruppo. Alla batteria viene richiamato Priestly, al basso arriva Curt Victor Bryant e la produzione viene affidata a Tony Platt. Warrior non sembra un graché coinvolto nel progetto, tant'è che lascia carta bianca Amberg e Platt. Forse vuole giocare un brutto tiro a qualcuno, forse vuole mettere da parte due lire, forse ha semplicemente poca voglia.
Comunque, "Cold Lake" (1988) segna uno dei più scriteriati cambi di rotta della storia della musica: via l'attitudine death, l'immagine al limite del satanismo e la crudele complessità sonora, si passa al glam-metal da classifica. Che, tra l'altro, come genere ha detto quello che doveva dire e sta tramontando anche a livello di vendite. Infatti, "Cold Lake" è un flop clamoroso che brucia il nome dei Celtic Frost anche tra i fan del metal che fino a un anno prima impazzivano per il combo.
Warrior tenta di salvare la baracca: silura Amberg e richiama Mark, che se ne va presto facendo slittare Bryant alla chitarra e permettendo il rientro di Ain al basso. Ma è troppo tardi: "Vanity/Nemesis", EP del 1989 che segna un chiaro ritorno alle origini, passa sotto silenzio, e la EMI (che sembrava interessata a rilanciare la band in America) all'ultimo momento rifiuta di firmare il contratto. È l'ultima tegola: i Celtic Frost vengono definitivamente sciolti.
C'è giusto il tempo di un commiato, "Parched With Thirst Am I And Dying" (1992),album di hits e b-sides, poi anni di silenzio. Warrior ci riprova a fine anni Novanta, mettendo in piedi gli Apollyon Sun, con cui però non riesce a sfondare. Ma la giostra s'è rimessa in moto: il nome dei Celtic Frost ricomincia a girare insistentemente, Tom si riavvicina al solito Ain e i due ricominciano a scrivere musica assieme.
Il progetto resurrezione si fa sempre più concreto: vengono coinvolti Erol Unala (ex chitarrista degli Apollyon Sun) e il batterista Franco Sesa (St. Mark declina l'invito per problemi di salute). Senza una label alle spalle le cose vanno per le lunghe, ma alla fine subentra la Century Media e "Monotheist" esce nell'estate del 2006. Cupo, disturbante e pesante come una colata di cemento il disco rilancia alla grande i Celtic Frost, che partono on the road per diffondere il loro morbo sonoro sui palchi di mezzo mondo.