Chicago

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Chicago

I camaleonti del rock.
La difficoltà nel raccontare la storia dei Chicago è nel numero di differenti identità e stili che la band attraversa nel ventennio che va dai tardi anni Sessanta all'alba degli anni Novanta. La critica infatti li ha spesso identificati con la rinascita in chiave pop del jazz e con la stessa massificazione commerciale di un suono a un tempo orchestrale e easy leastening. In realtà quella dei Chicago resta a lungo una vera e propria fucina di suoni eterogenei e legati a differenti influenze e stilemi: una sorta di cantiere aperto, in cui si profilano e vengono sbozzate alcune delle idee-chiave destinate a segnare tutta la musica degli anni Settanta. L'apoteosi del successo, raggiunta invece nella seconda metà della carriera della band, quando il baricentro del suono è sempre più spostato verso le linee melodiche imposte dal crooner Peter Cetera, contribusice invece ad alimentare il falso mito di un gruppo romantico, dedito a cesellare lente ballate ideali per riempire il dancehall.
Chicago Transit Authority: questo il nome per esteso di un bizzarro combo californiano, sospesa a metà tra la tentazione di guardare a un pop soul saldamente affrancato alla tradizione West Coast e insolite aperture alla contaminazione con il jazz. Siamo alla vigilia della contestazione giovanile, e nel 1968 il producer James Lo Guercio scova a Los Angeles una band di sette elementi, caratterizzata dall'impatto della sezione fiati. È questo il momento in cui gli assetti delle stesse formazioni jazz e le loro geometrie divengono variabili. Miles Davis ha abbandonato la formula del quintetto, per puntare a una lineup aperta, in cui convivono strumentazione elettrica e ottoni elettroacustici. Lo stesso canovaccio dello standard viene ribaltato, e le note blues finiscono per assomigliare sempre di più alla pittura informale, perdendo i rigidi canoni stilistici che la contraddistinguevano. I Chicago compiono più o meno lo stesso percorso, aprendo la forma-canzone a differenti linguaggi musicali. Terry Kath (voce), Peter Cetera (basso e parte fondamentale nel songwriting), Robert Lamm (tastiere), Danny Seraphine (batteria), Walter Parazaider (sassofono), James Pankow (trombone) e Lee Loughane (tromba) sono in buona sostanza un classico quintetto rock, a cui sia stato accorpato un horn jazz trio. Obbiettivo di Kath e compagni è fare da megafono alle rivendicazioni politiche del movimento studentesco e al conflitto sociale che improvvisamente sembra scuotere la placida California, dai campus universitari agli slums suburbani. L'elemento sorprendente è che per molti versi i primissimi Chicago sono ancora conservatori. Se infatti gli esperimenti del rock coevo avevano decisamente spostato il fulcro della composizione sulla compressione efedrinica dei giri chitarristici tipici del r&b, i rock'n'roll di Cetera e soci assomigliano invece terribilmente alle canzoni dell'età dell'oro di Tin Pan Alley, con un inconfondibile retrogusto anni Cinquanta. Questo bizzarro mood alla Jerry Lee Lewis convive con tracce di white soul irrorato di funk, come "Listen". L'album d'esordio "Chicago Transit Authority" (1969) è un vero e proprio diamante sfaccettato, in cui convivono svisate swing, fughe progressive, proteiformi intelaiature hard rock, eleganti passaggi fusion, derive lisergiche e adamantina scrittura pop. Il chitarrismo di Terry Kath risente esplicitamente della seminale lezione hendrixiana, e infila assoli vodoo lancinanti, come nel delirio sonico dei sette minuti di "Free Form Guitar" . Il parossismo è però raggiunto dal coacervo strumentale di "Liberation", metà suite avant-prog e metà improvvisazione pura, con i fiati che sembrano seguire le orme di Coltrane e Ornette Coleman. Il tutto spinto da una sezione ritmica ultra funkeggiante, tale da far impallidire James Brown.
Alla stravaganza di un disco d'esordio doppio, i Chicago fanno seguire un'opera seconda anch'essa suddivisa in due vinili. In "Chicago II" (1970) il suono della band evolve secondo una direzione centrifuga. Se da un lato infatti vengono esasperati certi momenti sinfonici e di struttura classicheggiante, dall'altro fanno capolino anche vere e proprie hit, come "24 Or 6 To 4" e "Make Me Smile", alle quali fa da contraltare il balletto in sei movimenti "Girl in Buchannon", inglobato in una vera e propria suite. Lungi dall'aver perso impatto e originalità, il combo sembra però in qualche maniera disciplinarsi e uniformarsi a quelli che sono i trend della scena progressive, a cui, con molta approssimazione, viene in quegli anni assimilato. Ancora una volta doppio, "Chicago III" (1971), eccede nella complicazione dei brani, ora strutturati sistematicamente in cinque/sei movimenti. Più originale e sentito è il poema tardo psichedelico "Hour In The Shower", che getta un ponte tra le grandi cavalcate chitarristiche della band californiane e le più rigorose architetture formali della scena inglese. In maniera sorprendente, la fama della band è sempre più legata alla capacità di scrivere semplici ballate che siano anche potenziali hit, come "Lowdown", "Free" e "Colour My World". La svolta commerciale si fa più sensibile con "Chicago V" (1972), che contiene la prima traccia destinata a finire nei quartieri alti delle chart, "Saturday In The Park". La ricerca sonora, alimentata soprattutto dal talento multiforme di Kath, si va esaurendo nei lavori successivi. Lo stesso Kath trova tragicamente la morte nel corso di una sciagurata roulette russa. Dopo un periodo di sbandamento, la band si ricompatta intorno a David Foster, autore e producer, che finirà per indirizzare definitivamente i Chicago verso l'easy listening, firmando un numero impressionante di hit, tutte interpretate con grande intensità da Peter Cetera. Dopo l'uscita di questi dal gruppo, l'attività continuerà in una serie di album più rigorosi e meno improntati alla ricerca del pezzo da piazzare nelle chats a tutti i costi. Grande rilievo commerciale ottiene comunque "Christmas Album " (1998). Ma i veri Chicago rimangono confinati nei primi straordinari lavori dei primi anni Settanta.