Elbow

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Elbow

Il fascino oscuro del pop.
Mark Potter (chitarra), Richard Jupp (batteria), Craig Potter (organo), Pete Turner (basso) e Guy Garvey (voce e visioni) si incontrano al college di Bury, cittadina – squallore, cervelli ottusi e tutto il repertorio solito dei sobborghi industriali – a nord di Manchester. Si incontrano fatalmente, perché loro, in un posto così, sono dei paria.
La loro prima band si chiama Soft, prende da U2, Jimi Hendrix, Bob Dylan e Red Hot Chili Peppers e stando a quanto dice Turner suona chilled funk (qualunque cosa sia). Inevitabile che oltre una certa soglia di frustrazione il gruppo traslochi a Manchester, dove gravita, come tanti altri, intorno al locale underground The Roadhouse.
Il nuovo nome, Elbow (gomito), viene dalla battuta pronunciata da un'infermiera nella serie TV frimata da David Potter, The Singing Detective: “Elbow è la parola più sensuale del mondo”. Muta la ragione sociale, muta la musica, che si fa pop siderale guidato dall'organo e dalla voce diafana di Garvey. Le fonti – il pop degli anni Sessanta, le progressioni dei King Crimson, le melodie di puro cristallo degli Stone Roses – sono lampanti e confesse.
Eppure, gli Elbow hanno abbastanza talento da splendere di luce propria, per quanto le cose non si mettano subito al bello.
Nel 1998 firmano con la Island Records, si ritirano in una località rurale della Francia per registrare e finiscono coinvolti in una discussione-rissa lunga 16 ore con l'entourage della casa discografica. Un anno dopo la Island li scarica, anche per una serie di problemi societari (scalate, acquisizioni, assimilazioni). Si contratta con la EMI (l'occasione della vita), ma dopo settimane di trattative non si approda a nulla.
Depressione? Solo un po': si fa avanti la UglyMan, label indie di Manchester, e nel giro di un anno gli Elbow pubblicano "New Born" nell'agosto 2000 e "Any Day Now" nel gennaio 2001 (entrambi ispirati da Talk Talk, Radiohead, Morrissey), danno una botta di vita alla loro carriera e si accasano felicemente alla V2 Records.
Nel 2001 esce finalmente il disco di debutto, "Asleep In The Back", un canto di disperazione urbana soave e angelico. La qualità musicale e compositiva è impressionante; forse si perde la misura in un'overdose di arrangiamenti, ma è difetto che si perdona facilmente. Il disco fa incetta di recensioni estasiate e si merita una nomination al Mercury Prize, i concerti – anche in America – sono un successo.
Nel 2002 i cinque si rimettono al lavoro per dare corpo al secondo LP. Prima si ritirano per tre settimane sull'Isola di Mull a comporre musica e registrare demo, poi alla fine dell'anno si rinchiudono negli studi Parr Street di Liverpool, insieme al produttore Ben Hillier (quello di "Think Tank" dei Blur).
Lavorano a lungo in stanze separate, immergendosi profondamente nella materia pulsante da cui estrarre la musica, cercando nuovi punti di vista, nuove profondità, nuove parole. L'opera è completata al Diary di Brixton: il disco è pronto.
Anticipato dal singolo "Fallen Angel", "Cast Of Thousands" esce nell'estate del 2003 e vanta ospiti speciali: membri di Doves e di Alfie, il London Community Gospel Choir, la folla assiepata al concerto di Glastonbury che canta "We still believe in love, so fuck you", dedicata a Bush e alle sue pulsioni belluine. Curiosa scelta promozionale è quella di piazzare Elle e Bo, le statue della copertina in realtà alte tre metri, sull'autostrada M1 alle porte di Londra. La storia finisce con Elle e Bo rimosse e fatte a pezzi dalla polizia.
Il secondo singolo, "Fugitive Motel", esce a ottobre, pochi giorni prima della ristampa di "Cast Of Thousands" in versione special edition, con tanto di DVD. E novembre è un mese speciale per i fan italiani, che possono godersi gli Elbow di spalla ai Blur nelle date di Modena e Milano.