Electric Light Orchestra

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Electric Light Orchestra

La grande utopia del pop alternativa ai Beatles.
La storia del pop dice che il gruppo più amato dal pubblico e copiato dalle altre band sono i Beatles. Nell'Inghilterra di fine anni Sessanta però i Fab Four devono guardarsi dalla concorrenza di altre formazioni. Non tanto, come spesso si dice, i Rolling Stones, dotati di uno stile più rock e sostanzialmente mutuato dai classici neri di rhythm'n'blue e soul, ma soprattutto i Kinks di Ray Davies e la Electric Light Orchestra di Jeff Lynne. Ma se i Kinks suonano un pop sporcato di rock primordiale e tagliente, la ELO introduce un suono classicheggiante, fatto di ouverture pompose e orchestrazioni sempre più complesse: uno stile che si mantiene però sempre a un passo dalle tentazioni magniloquenti del rock sinfonico e progressivo. Questo resta il tratto distintivo della Electric Light Orchestra: per quanto barocco, il loro è un suono squisitamente pop, immediato e radiofonico, al punto che la band può giustamente essere considerata l'inventrice del vero e proprio easy leastening negli anni Settanta, e una sorta di trait d'union tra Burt Bacharach e gli Alan Parsons Project.

Dai Move alla Elo
La vicenda della Elo inizia in realtà con una band che pochi conoscono al di fuori di Birmingham: Mike Sheridan And The Nightriders, combo in cui si fa le ossa uno dei chitarristi pop più fantasiosi di tutti i tempi, Roy Wood (classe 1946). Questi nel 1966 fonda i Move, con cui inizia a intrecciare il suono del Merseybeat e della West Coast californiana ad arrangiamenti sempre più ricchi, frutto della sua fantasia di polistrumentista. Resta famosa in questo senso "Night On Fear", pop song che prende le mosse niente meno che dall'ouverture 1812 di Tchaikovsky. Dall'underground di Birmingham esce in quegli anni un altro musicista di grande talento, Jeff Lynne (nato nel 1947), che dopo aver rimpiazzato proprio Wood nei Nightriders, crea gli Idle Race. Lynne è anch'egli chitarrista, anche se con un tiro molto più hard rock di Wood. Dopo che i Move nel 1970 con "Shazan" realizzano il loro capolavoro, Lynne e Wood decidono di unire le forze. Con loro è anche il percussionistaBen Bevan, l'altra mente dei Move. L'idea è quella di mantenere intatta l'ossatura del gruppo pop, allargandola però a un complesso d'archi, in maniera da dare un tiro compiutamente orchestrale al suono. Invitano dunque a unirsi a loro i due violoncellisti Trevor Smith e Colin Walker, il bassista Richard Price e il violinista Steve Woolam. E se Lynne da parte sua limita l'apporto strumentale a chitarre e tastiere, Wood si cimenta anche con lo stesso violoncello, il clarinetto e l'oboe. Nasce così la prima, traboccante line up della Electric Light Orchestra, che nel 1971 pubblica "Electric Light Orchestra". L'album nella versione americana, uscita nel 1972, si chiamerà invece "No Answer", perché include una chiamata a vuoto alla casa discografica, con la segreteria telefonica che continua a ripetere di lasciare un messaggio. Questo tipo di interpolazioni alla struttura delle canzoni, ora del tutto consueta, è una delle novità che la ELO, perennemente sospesa tra ambizioni di classicità e tentazioni ludiche, introduce nel suo suono. Resta il fatto che il disco d'esordio sembra ai più un tentativo per molti versi forzato di gettare un ponte tra mondi non comunicanti come quello dei Beatles e di Frank Zappa.

Una lunga scalata al successo
Così il secondo album del gruppo, "Electric Light Orchestra II" (1973), continua a voler giocare sull'equivoco tra musica classica e rock'n'roll, andando anzi alle fonti di questa relazione pericolosa, con una cover ultra barocca di "Roll Over Beethoven" di Chuck Berry. Il disco viene realizzato dopo alcuni cambi di lineup, tra cui l'ingresso del bassista Michael D'Albuquerque. Ma il fatto traumatico è soprattutto l'allontanamento di Roy Wood, in conflitto con Jeff Lynne. La sua centralità nel songwriting è in parte assunta dal tastierista Richard Tandy. ELO II è oltremodo penalizzato dalla produzione di Lynne, che non riesce a governare i mastodontici arrangiamenti, ottenendo anzi effetti cacofonici. Va molto meglio con "On The Third Day" (1973), che da un lato accentua ancora, se possibile, i riferimenti ai Beatles, ma che dall'altro rilegge in maniera briosa le composizioni del norvegese Edvard Grieg. Il vero salto di qualità viene compiuto nel 1975, con l'ingresso nella formazione del vocalist e bassista Kelly Groucutt, che dà alla ELO un suono radiofonico orientato alla disco music, pur mantenendo gli arrangiamenti neoclassici. Non a caso "Face The Music" (1975) è il primo album di Lynne e compagni ad arrivare nella top ten delle chart statunitensi. È il preludio del trionfo di "Discovery" (1979), un lavoro che contiene una serie incredibile di hit da capogiro, a partire dalla rara incursione nel rock di "Don't Bring Me Down" (che è sostanzialmente il primo singolo della ELO senza archi), a "Last Train To London" e "Midnight Blue". A ruota dell'album arriva la colonna sonora di "Xanadu", il film reso celebre dall'interpretazione di Olivia Newton-John. È forse l'apice della parabola del successo di Lynne e compagni, che svoltano negli anni Ottanta verso un suono sintetico, in cui le tastiere analogiche la fanno da padrone. Un cambiamento che il pubblico, a partire da "Secret Messages", non accetterà di buon grado. Nel 1986 la band, ormai ridotta a un trio, realizza un disco di sinth-pop, "Balance Of Power", che sarà anche l'ultimo lavoro in studio della prima fase della ELO. Lynne infatti formerà con Bevan un altro gruppo, chiamandolo Electric Light Orchestra, Part II e più recentemente, nel 2001 ricreerà la ELO, con Talby e nuovi musicisti. Nessuna di queste operazioni produrrà però la magia sonora degli album dei primissimi anni Settanta.