Eric Clapton

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Eric Clapton

Il miglior chitarrista rock della sua generazione.
E se tenete conto che nel 1965 ha 20 anni, allora è chiaro che la sua non è una generazione qualunque, chitarristicamente parlando: Eric Clapton è un gigante della sei corde, un maestro del rock-blues, un tipo capace di salutare il nuovo millennio con 16 Grammy all'attivo.
Non solo: è l'unico musicista a essere entrato nella Rock & Roll Hall of Fame ben 3 volte. Nessun altro nella storia ha mai fatto tanto. Certo, gioca a favore la complicità degli Yardbirds e dei Cream, band con le quali ha suonato e che entrano nella Hall a un anno di distanza (1992 e 1993).
Però Clapton è stato una colonna portante di quelle formazioni, non un semplice accompagnatore. E allora si capiscono molti critici, che pur nella difficoltà della scelta attribuiscono proprio a lui il titolo di miglior chitarrista rock della sua generazione.
Non è un caso se a metà degli anni Sessanta sui muri di Londra si potevano trovare scritte come "Clapton is God". E non è un caso che ci sia voluto un certo Jimi Hendrix per scalzarlo dalla vetta dei cosiddetti guitar heroes.
Per arrivare tanto lontano bisogna partire presto: Eric Patrick Clapp suona seriamente fin da quando ha poco più di 15 anni (è nato il 30 marzo 1945 a Ripley, in Inghilterra).
E per seriamente intendiamo che nei primi anni '60 è il chitarrista solista dei Roosters, insieme a Paul Jones e Brian Jones (niente meno).
La svolta arriva dopo la fine di questa esperienza, e dopo un paio di brevi tentativi senza gloria: succede tutto quando gli Yardbirds lo chiamano alla chitarra solista. È il 1964: Clapton non ha ancora 20 anni e contribuisce a definire in modo sostanziale un sound destinato a grandissime cose.
L'anno successivo è già tutto finito (in questo decennio le cose succedono molto rapidamente): in polemica con la svolta beat della band Clapton se ne va per approdare nei Bluesbreakers di John Mayall. Rimane circa un anno, ma fa in tempo a guadagnare sul campo il titolo di miglior promessa chitarristica e il soprannome di slowhand (manolenta). Non solo: incide "Bluesbreakers", un vero e proprio classico del blues britannico, un disco destinato a fare la storia.
Lo dicevamo prima: il tempo vola, a metà degli anni Sessanta.
Infatti, terminata l'esperienza con John Mayall, nel settembre del 1966 Clapton incontra Jack Bruce (bassista) e Ginger Baker (batterista). Insieme fondano i Cream.
L'intento è quello di cavalcare l'elettrificazione del blues, assorbendo le influenze del rock e della psichedelia. Il risultato è un successo spettacolare, che regala a Eric Clapton lo status di superstar internazionale. Anche in questo caso, tutto avviene molto rapidamente: nel 1968 i Cream si sciolgono dopo un leggendario concerto al Rainbow Club.
L'esperimento successivo non è così felice, nonostante il peso dei protagonisti: si tratta infatti della collaborazione con Steve Winwood, reduce dalla stagione coi Traffic. La band si chiama Blind Faith e rappresenta il record personale di Clapton in quanto a breve durata dei suoi gruppi. Fanno giusto in tempo a incide un album, niente di più (l'omonimo "Blind Faith" del 1969). Purtroppo tanto basta per tramandare ai posteri l'assenza totale di intesa fra le due stelle del panorama rock. Succede.
Tutto questo non intacca il prestigio dei protagonisti, per fortuna. E infatti Clapton saluta gli anni Settanta forte di un'autorevolezza invidiabile. Solo che c'è un problema. Il suo nome è eroina ed è tanto grosso da spingerlo a impegnare le sue preziose chitarre per pagare gli spacciatori.
La dipendenza degli stupefacenti è forse la causa più evidente della fine di Derek And The Dominos, formazione che Clapton fonda insieme a Bobby Whitlock (tastiere), Jim Gordon (batteria) e Carl Radle (basso). Prima della fine fanno giusto in tempo a incidere "Layla And Other Assorted Love Songs" (novembre 1970).
Il secondo disco rimane nel cassetto: nel 1971 Clapton si ritira per risolvere la dipendenza dall'eroina.
A questo punto, però, l'esordio ufficiale come solista è già avvenuto: l'omonimo "Eric Clapton" esce infatti nel 1970, dopo l'esperienza con la Plastic Ono Band di John Lennon e la tournée statunitense col duo Delaney & Bonnie. Il disco, inciso con l'aiuto proprio di questi ultimi, presenta un r&b con spruzzatine gospel che risente forse troppo del sound di Delaney & Bonnie.
Sarà per colpa dell'eroina, sarà perché Clapton deve capire che nuova direzione dare alla sua musica, ma una vera e propria carriera solista non inizia prima del 1974, quando pubblica "461 Ocean Boulevard" (il ritorno ufficiale sul palco, dopo la pausa da eroina, avviene a fine del 1973 grazie a uno spettacolare concerto tenuto insieme agli amici Pete Townshend e Steve Winwood presso il solito Rainbow Club).
"461 Ocean Boulevard" è un gran successo, grazie sia alla fama di Clapton sia alla felice intuizione di riarrangiare "I Shot The Sheriff" (il brano di Bob Marley).
Gli anni Settanta lo incoronano eroe della chitarra, indipendentemente dalla fortuna commerciale dei suoi album solisti. Del resto, a parte qualche prova meno fortunata, le vendite sono tutt'altro che deludenti. E conoscono un picco assoluto quando a novembre del 1977 esce "Slowhand": il disco scala le classifiche grazie anche a brani come "Cocaine", "Lay Down Sally" e "Wonderful Tonight". Alla fine le copie vendute si contano in milioni.
L'attività live non è da meno: nel corso degli anni compie più volte il giro del mondo, senza smettere neppure nel corso del decennio successivo. Una data, però, rimane incisa su disco: si tratta dell'ottimo "Just One Night" (1980, 'ricordo' delle esibizioni in Giappone).
Gli anni Ottanta proseguono altrettanto intensi, nonostante alcune pause sparse qua e là e nonostante i nuovi dischi denuncino una certa stanchezza d'ispirazione.
La critica si divide, ma secondo molti i lavori migliori di questo periodo sono due. Il primo è "Money And Cigarettes" del 1983, in cui Clapton duetta con le chitarre di Ry Cooder e Albert Lee. Il secondo è "Journeyman" (1989), in cui Clapton lascia il blues per abbracciare in modo più netto il rock. Partecipano all'impresa ospiti di lusso come George Harrison, Phil Collins, Chaka Khan e Robert Cray.
"Journeyman" è anche l'ultimo album in studio per i successivi 5 anni abbondanti. Questa volta la droga non c'entra: alla lunga pausa contribuisce certamente la tragica morte, a soli 4 anni, del figlio Conor. A lui è dedicato il brano "Tears In Heaven", che Clapton inserisce nella colonna sonora del film "Effetto Allucinante" e che diventa un successo di proporzioni gigantesche.
A marzo del 1992 Eric Clapton registra un concerto per MTV Unplugged, che viene pubblicato ad agosto e diventa il suo album di maggior successo commerciale: 6 Grammy Award e 14 milioni di copie vendute nel mondo sono lì a dimostrarlo.
"From The Cradle" (1995), ritorno in studio dopo "Journeyman", segna una netta virata in direzione del blues, tendenza che Clapton continua a seguire anche nei lavori successivi, pur se con sfumature diverse.
La dimostrazione arriva con "Riding With The King" (2000), in cui duetta con B.B. King.
Ma soprattutto viene confermata in grande stile con "Me & Mr. Johnson", pubblicato nel 2004 dopo un altro paio di album in studio ("Pilgrim" e "Reptile"). Si tratta di un tributo a Robert Johnson, uno dei più grandi innovatori del genere blues. Si tratta anche di un album che fa spendere alla critica parole entusiaste.
Insomma: sono passati un sacco di anni da quando Clapton era un ragazzino. La sua musica ha attraversato i decenni più intensi nella storia del rock. La sua stella ha dato segni di cedimento, a volte, ma è sempre tornata a risplendere. Tanto che nel 2000 entra per la terza volta nella Rock & Roll Hall of Fame, questa volta come solista.