Happy Mondays

Happy Mondays
  • Britpop, Club/Dance, Madchester, Alternative Dance, Alternative Pop/Rock, House, Alternative/Indie
  • I teppisti sfacciati e irriverenti della rave culture. C'è stato un tempo, più o meno tra la metà degli [... altro]

Hallelujah

I teppisti sfacciati e irriverenti della rave culture.
C'è stato un tempo, più o meno tra la metà degli anni '80 e l'inizio dei '90, in cui Manchester era Madchester, in cui i giovani sottoproletari d'Inghilterra ce l'avevano a morte con la lady di ferro Margaret Thatcher e le discoteche prendevano il posto dei pub nell'immaginario di perdizione dei teens che abbandonavano il vecchio rhythm and blues e le pinte di birra per la techno di Detroit e l'ectasy.
Un tempo in cui, nella scena di Madchester, crescono i gruppi che fanno della contaminazione tra techno, rock e soul la colonna sonora perfetta per le overdose da trance e chimica: Stone Roses su tutti, e poi Charlatans ma anche Happy Mondays, una formazione di bulli di periferia, picchiatori, spacciatori e ladruncoli a tempo pieno oltre che pop star a tempo perso che hanno cavalcato una breve, quanto intensa, parabola musicale prima di collassare su se stessi nel 1992.
Fondatore, leader, cantante e deus ex machina di questi precursori della club culture e paladini dei rave nei capannoni industriali dismessi è Shaun Ryder, istrionico e inaffidabile eroinomane che guidò la band, finché ne ebbe la lucidità sufficiente, nel suo periodo migliore. Intorno al 1981 raggruppa la sua gang, composta da suo fratello Paul al basso, dallo pseudo ballerino Bez, Gary Whelan alla batteria, il chitarrista Mark Day e il tastierista Davis e nel 1986 si presenta con il primo lavoro davvero interessante, “Squirrel And G-man Twentyfour Hour Party People Plastic Face Carnt Smile (Whiteout)”, titolo chilometrico rubacchiato da un omonimo film del tempo.
Il mix di house music, coloriture seventies e psichedelia sixties li trasforma rapidamente nell'emblema della rave culture, il lato impresentabile di quella scena drug-addicted capace di spegnersi tanto presto ma anche di influenzare a lunga distanza band come Chemical Brothers e Oasis.
"Bummed", il loro secondo album del 1988, li trasforma in autentiche superstar: l'Inghilterra inneggia al nuovo, insolente, Johnny Rotten del popolo delle discoteche. Questo mosaico eccitante, bizzarro e sconclusionato cavalcherà, con l'aggiunta di un paio di singoli (“Halleluja” e la cover di “Step On” di John Kongo) la scena trance dance fino al 1990, anno di “Pills 'n' Thrills And Bellyaches”, da molti considerato il punto più alto di quel movimento. Ryder ha ormai completato la sua mutazione da rocker teppista a personificazione del divo della techno, condensando nelle liriche di questo album l'odissea della giornata ideale nella vita di un topo di discoteca.
Ma raggiunta la vetta di uno degli album miliari di quell'epoca la caduta è tanto veloce quanto rovinosa. Nel tempo necessario per registrare il seguito del loro capolavoro (“Yes Please” del 1992) Madchester aveva riconquistato la rispettabilità di Manchester, chiudendo la parabola di città passata dall'essere paradiso terrestre a inferno di criminalità e Aids.
Vittima innocente e incosciente Shaun Ryder è intanto precipitato nel vortice dell'eroina senza dare segni di una possibile rinascita: nel corso di un importante meeting con la casa discografica questo junkie disperato si assenta con la scusa di andare a prendere qualche boccone da Kentucky Fried Chicken (che nello slang della band significava andare in cerca della droga) e non farà mai più ritorno. È la fine, banale ed emblematica, degli Happy Mondays.
Solo in parte ripulito della sua dipendenza Shaun Ryder ricomparirà qualche anno dopo con il fido ballerino Bez per dare vita al progetto Black Grape che, anche nelle copertine degli album, cerca di ripercorrere la strada degli Happy Mondays: “It's Great When Tou're Straight, Yeah”, che presenta il volto del terrorista Carlos (dopo la prostituta in “Bummed”, la bambola in “Live” e una madonnina col bambino in “Yes Please”) sarà seguito dall'autocritico e ironico “Stupid Stupid Stupid”, inadeguato al monopolio brit-pop del 1997, e dal doppio album di covers (e del primo solo di Ryder) “Session” del 2001.