Herbie Hancock

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Herbie Hancock

Trasgressivo, irriverente, rivoluzionario e impenitente sperimentatore, Herbie Hancock è emblema e icona della musica moderna: jazz, rock, blues, hip hop, techno, nessun genere è scappato alla sua poderosa influenza creativa esercitata sia con gli strumenti tradizionali del jazz che con ogni sorta di diavoleria elettronica. Precursore e pioniere della scena digitale, questo maestro del pianoforte, crescito a Mozart e tastiera, ha anticipato di 20 anni la rivoluzione elettronica della musica pop, seminando per strada standard e frammenti riutilizzati dall'intero music business mondiale.
Herbie Hancock nasce a Chicago nel 1940 ed è un autentico bambino prodigio: a sette anni è seduto davanti a un pianoforte, a undici debutta nel suo primo concerto interpretando Mozart con la Chicago Symphony Orchestra. Ma la musica classica ha troppi vincoli per questo genialoide monello del pianoforte che all'high school comincia a studiare jazz - influenzato da mostri sacri come Oscar Peterson e Bill Evans – e intanto approfondisce la sua passione per la scienza e la tecnologia: uscirà dal Grinnell College con un doppio diploma, in musica e ingegneria elettronica (che gli servirà per capire tra i primi le potenzialità estetiche dell'era elettronica, a cominciare dal piano elettrico Rhodes). Un binomio, quello tra sensibilità artistica e acutezza tecnologica, che influenzerà tutta la sua carriera artistica.
Appena ventenne è scoperto dal trombettista jazz Donald Byrd che gli chiede di unirsi alla sua band e soprattutto lo presenta ad Alfred Lion, il boss della Blue Note Records che dopo due anni di session sotto l'ala protettrice di Phil Woods e Oliver Nelson gli mette sotto il naso il suo primo contratto da solista. A soli 23 anni pubblica il suo primo album, "Takin' Off", un successo dirompente da cui è tratto anche il singolo "Watermelon Man" che rompe l'isolamento dei jazz club e buca l'etere radiofonico anche grazie alla rendition che ne fa Mongo Santamaria. Questa sua capacità di viaggiare sul doppio binario della sperimentazione jazzistica e del successo commerciale rimarrà un tratto distintivo della sua più che cinquantennale carriera. Ma quello stesso anno di grazia 1963 riserva ancora un'altra sorpresa al giovane Herbie: Miles Davis lo chiama e lo invita a unirsi al suo Quintetto (che comprendeva anche il sax tenore di Wayne Shorter, il basso di Ron Carter e la sezione ritmica di Tony Williams) per qualche registrazione delle session di "Seven Steps To Heaven". Ci rimarrà cinque intensi anni, dando alle stampe alcuni dei più rivoluzionari e visionari album della storia del jazz moderno come "ESP", "Nefertiti" e "Sorcerer" e segnando un'intera stagione musicale come testimoniano altri due LP seminali del genio della tromba: "In A Silent Way" e "Bitches Brew".
È la nascita del jazz-fusion (o del cool jazz, celebrato dall'album "Fat Albert Rotunda" alla fine del 1968), ma Hancock non si limita a spezzare le catene del genere e anzi coltiva la sua carriera solista con album dal tono più classico (sempre per la Blue Note) come "Maiden Voyage", "Empyrean Isles", "Cantaloupe Island", "Goodbye To Childhood" e il delizioso "Speak Like A Child". Nel 1966, da vero navigatore solitario, compie la prima incursione nel mondo del cinema, ed è una pietra miliare: suo è il tema per "Blow Up" di Michelangelo Antonioni, cui seguiranno altri lavori fino all'Academy Award per il film premio Oscar del 1987 "Round Midnight". Intanto la nuova scena electronic jazz-funk è un fiume in piena e Hancock lo solca sparigliando le carte in tavola: "Headhunters", il suo secondo album dopo l'accordo con la Columbia, diventa (grazie al singolo in stile Sly Stone "Chameleon") il primo disco jazz di platino, seguito dal successivo "Thrust", altrettanto fortunato. Alla fine degli anni Settanta, per buona parte passati a tenere concerti in stadi e davanti a folle da concerto rock, gli album di Hancock entrati nelle classifiche pop saranno undici, una poderosa produzione di suoni e arrangiamenti alla quale attingeranno le successive generazioni dell'hip hop e della dance vent'anni più tardi. Ma gli anni Settanta di Hancock non sono solo sperimentazione e fuga in avanti: Hancock riunisce nel 1976, per il Newport Jazz Festival, il Miles Davis Quintet (con Freddie Hubbard al posto dello scontroso Miles) e sotto il nome di V.S.O.P. pubblica una serie di album standard jazz di raffinato spessore mentre duetta con gli amici pianisti Chick Corea e Oscar Peterson.
Alla vigilia degli anni Ottanta Herbie Hancock è un guru riconosciuto del jazz e si può permettere, ancor più, di sbilanciarsi: è lui a produrre nel 1980 l'album di debutto di un giovanissimo Wynton Marsalis; ed è sempre lui a proporre a Bill Laswell una serie di collaborazioni border line tra jazz e pop che daranno vita ad album come il disco di platino "Future Shock" (il video del singolo "Rockit" creato da Kevin Godley e Lol Crème vincerà cinque Mtv Awards) e come "Sound System", altro lavoro che sfonda le R&B charts e si porta a casa un Grammy Awards (saranno ben otto i Grammy Awards conquistati da Hancock, compresi i tre per "Gershwin's World" del 1998). Negli anni Novanta trova ancora il modo di scalare le classifiche mondiali dimostrando quanta influenza ha avuto la sua musica sulle band delle nuove generazioni: è il 1994 quando il gruppo hip hop inglese US3 ricampiona un sample di "Cantaloupe Island", un suo classico per la Blue Note, e lo trasforma in "Cantaloop", brano dance che fa ballare i giovani in ogni angolo del mondo. Intanto, dopo un avventuroso progetto pop intitolato "Dis Is Da Drum", Hancock passa alla Polygram per la quale mette insieme una superstar band con la quale registra la pietra miliare "The New Standard", album che adatta hit rock e R&B al format jazz.
Hancock è ormai un maturo musicista che non ha paura di misurarsi con nessun genere musicale e che si diverte a superare sempre nuovi confini: nel 1997 duetta con Wayne Shorter nell'album dall'eloquente titolo "1+1"; l'anno successivo riunisce i leggendari Headhunters in un album registrato per la label Verve; nello stesso anno accompagna la Dave Matthews Band in una serie di oceanici concerti in giro per il mondo; soprattutto comincia a pensare di misurarsi con la più titanica delle sfide per un musicista jazz, Gershwin. Registrato e pubblicato nel 1998 "Gershwin's World" è la celebrazione del milieu artistico del grande padre del jazz e soprattutto il disco che cerca di riunire le molte anime con le quali Hancock si è misurato: vi partecipano infatti Joni Mitchell, Stevie Wonder (che vince un Grammy per "St. Louis Blues"), Kathleen Battle, l'Orpheus Chamber Orchestra, Wayne Shorter e Chick Corea tra gli altri. Sempre più interessato alla diffusione dei nuovi linguaggi musicali nel 1996 Hancock fonda la Rhythm Of Life Foundation, un'organizzazione nata per colmare il gap tecnologico e per per stimolare la multiculturalità nel campo musicale. E la fondazione è solo la prima di una serie di ruoli di primo piano nel panorama musicale mondiale che Hancock ricopre al traguardo dei cinquantanni di carriera: Distinguished Artist in Residence al Jazz Aspen Snowmass in Colorado; membro del Board of Trustees of the Thelonious Monk Institute of Jazz; ideatore con il suo manager David Passick e l'ex presidente della Verve Records Chuck Mitchell della Transparent Music, label musicale multimediale per l'espansione dei confini sonori; Hancock mette a disposizione il suo sapere per la crescita del panorama musicale non disdegnando di sfornare album come sempre all'avanguardia, come "FUTURE2FUTURE" del 2001 al quale lavora con il suo vecchio amico Bill Laswell e giovani artisti del mondo hip hop e techno.