Idlewild

Idlewild
  • Indie Rock, Post-Grunge, Alternative Pop/Rock, Alternative/Indie
  • Quattro esseri umani sempre in movimento, con la missione di portare a termine qualcosa di urgentissimo. [... altro]

Quattro esseri umani sempre in movimento, con la missione di portare a termine qualcosa di urgentissimo.
A considerare i loro esordi, come band colorata e opportuna per quel preciso momento storico, ma senza nessun appeal artistico, tutto si poteva pensare, tranne che sarebbero riusciti ad andare oltre il primo album. Il mondo non aveva bisogno di un gruppo di punkettoni dalle facce poco raccomandabili per i quali l'anno zero era stato segnato da “Daydream Nation” dei Sonic Youth e i cui concerti erano un incrocio imbastardito fra festini trash auto-immolatori e convention di fenomeni da baraccone.
Erano fatti per la velocità, non per durare. Presto sarebbe venuta fuori l'ennesima 'next big thing' a prendere il loro posto.
E invece…
Gli Idlewild sono quattro rocker scozzesi che decidono di unire i loro destini – musicalmente parlando – nel 1995 a Edimburgo e prendono a prestito il nome dal tranquillo posto di ritrovo citato nel libro “Anne of Green Gables”. La line-up originaria comprende Roddy Woomble (voce), Rod Jones (chitarra), Phil Scanlon (basso) e Colin Newton (batteria). Dopo un anno passato a calcare i palchi del circuito locale, esordiscono nel 1997 con il singolo “Queen of Troubled Teens”, su etichetta Human Condition. Subito vengono incensati dal dj-guru di Radio One Steve Lamacq e – di conseguenza – dai media britannici che cominciano a studiarli con crescente curiosità. In poco tempo saltano all'occhio della label Fierce Panda che pubblica “Chandelier”, il secondo singolo (a questo punto, al basso è subentrato Bob Fairfoull).
Il mini-album “Captain” arriva all'inizio del 1998 e – mano a mano che cominciano a diffondersi storie di loro eroiche gesta durante live show ultra-caotici – alla fine ottengono la loro prima release per una major (la Food Records, per la quale incidono anche i Blur), “Hope Is Important”, che fa capolino nei negozi a fine ottobre.
“100 Broken Windows” segue a inizio 2001 e dimostra la loro maturità grazie a canzoni come “Roseability”, ascoltando la quale è difficile riconoscere il sound degli Idlewild degli esordi, quelli responsabili per le esplosioni inconsulte di vetriolo adolescenziale come “Annihilate Now”.
I ragazzi cominciano a esplorare nuove strade, ad aprire i loro orizzonti, grazie ai lavori fatti con Bob Weston e Dave Eringa. Smettono perfino di suonare come americani fasulli per assumere una personalità propria.
Subito dopo l'uscita del terzo LP, iniziano i lavori per il successivo insieme allo storico produttore Stephen Street (Blur, The Smiths), ma le cose non vanno per il meglio: niente di cui sorprendersi, visto che la maggior parte delle canzoni sono rimasugli delle session di “100 Broken Windows” e le restanti sono state scritte in fretta e furia subito dopo la release, senza soluzione di continuità stilistica.
La ruota riprende a girare quando il quartetto è chiamato a fare un tour statunitense a marzo, che porta all'uscita del disco anche su quelle coste attraverso la Capitol. I critici li osannano, il pubblico anche. I concerti registrano il sold-out – con grande sorpresa della band -, e Roddy & soci appaiono sulla tv d'Oltreoceano in prima serata, in programmi di punta come “David Letterman Show” e “Conan O'Brien Show”.
Si stendono così i piani di un terzo tour a stelle e strisce, mentre l'umore generale del gruppo – che durante i lavori con Street era depresso e incerto – comincia a riprendere quota. Poi compare all'orizzonte Lenny Kaye (il grande saggio della new wave statunitense e membro del Patti Smith Group, nonché coinvolto nel primo album dei Nuggets e in altri classici dell'era garage-psych) e dalla Capitol viene suggerito ai ragazzi di trascorrere un po' di tempo con lui in studio.
Tutto sembra prendere una nuova piega e Lenny appare come la cura a tutti i loro mali. Nonostante la terza tournée negli States non abbia mai luogo perché Rod si ammala, il loro soggiorno a New York produce i suoi frutti. Ritornati in Scozia, buttano in un cestino i lavori fatti fino ad allora con Stephen Street e cominciano daccapo. Per farlo nel migliore dei modi, lasciano Edimburgo per dirigersi nel posto più sperduto delle Highlands del nord-ovest, Inchnadamph, un accrocchio di pochi cottage, un piccolissimo centro e un hotel. Lì si ritirano per due settimane e danno vita al cuore pulsante del nuovo LP.
Lontani dalla città e dalle sue distrazioni, completano una ventina di canzoni per poi riunirsi all'amico e collaboratore di lunga data Dave Eringa. Il risultato delle recording session è “The Remote Part”, un pezzo di musica dalle ottime premesse, il frutto di quattro giovani che vogliono dimostrare qualcosa al mondo. E sembrano esserci riusciti appieno: interamente scritto alla chitarra acustica – anche i pezzi più rock – il disco è pieno di tune esaltanti e altri malinconici e contiene una chicca, la presenza del titano della letteratura scozzese Edwin Morgan (82 anni!), lì per spiegare come il luogo natale segni profondamente la personalità di ognuno di noi.
Che gli Idlewild abbiano finalmente provato quanto sia stato utile il lungo viaggio intrapreso dagli inizi?