Joe Cocker

Joe Cocker
  • Soul, Rock, Pop/Rock, Soft Rock, Blues-Rock, Adult Contemporary
  • La voce bianca del blues, capace di attraversare trent'anni di rock senza perdere gas. È difficile trovare [... altro]

With A Little Help From My Friends (Live)

La voce bianca del blues, capace di attraversare trent'anni di rock senza perdere gas.
È difficile trovare un artista che abbia legato la propria fama ad alcune capitali esibizioni live più di Joe Cocker. Il crooner di Sheffield, per tutti predestinato a una carriera da balladeer da alta classifica, si è invece guadagnato un posto nella Storia del rock soprattutto grazie alla sua esibizione a Woodstock e, ancor più a Mad Dogs And Englishman, il monumentale tour del 1970, probabilmente l'evento-cardine per la comprensione di cosa sarebbe stato il rock degli anni Settanta. Negli anni successivi, nonostante il grande successo commerciale, il ruolo di Joe si ridimensiona notevolmente, e la sua statura artistica sembra riallinearsi alle premesse iniziali della carriera, consegnandolo sì ai quartieri alti delle charts, con uno spessore musicale però in ribasso, sino al successo planetario degli anni Ottanta, con un pop bluesy che diviene puro entertainment per le masse.

Tra il gas e il blues
Joe Robert Cocker nasce nel 1944 a Sheffield. Da neonato deve lottare contro la poliomelite. La famiglia di Joe appartiene alla working class. Quando ha sedici anni, la madre lo vorrebbe convincere che la sua carriera è quella dell'installatore di gas. Gli regala dunque un mucchio di libri sull'argomento, e Joe inizia anche a lavorare in questo campo. La sua vera passione è però il canto, e presto si sceglie il nome d'arte di Vance Arnold, iniziando così a esibirsi nei locali di Sheffield insieme alla band degli Avengers e ai Big Blues. Si cimenta anche con l'armonica. L'altra sua grande passione è la batteria, e inizialmente si convince di poter fare contemporaneamente il drummer e il vocalist, come succederà molti anni più tardi a Phil Collins. Questo senso del ritmo sarà però preziosissimo quando dovrà cimentarsi con le prime riletture in chiave rock blues dei classici del guitar pop britannico dell'epoca. Joe è l'unico infatti ad avere voce e senso del groove totalmente neri nell'Inghilterra che cerca in tutti i modi di trasformare il più lindo dei beat nel suono denso e scartavetrato della Chicago anni Cinquanta. Joe si cimenta così nell'operazione esattamente opposta a quella su cui lavorano i Rolling Stones. Invece che dare un suono british ai classici del rhythm'n'blues, spinge verso il blues le pagine in bella scrittura poppy dei Beatles. La cosa inizialmente non piace, e gli show degli Avengers si chiudono spesso con gli insulti del pubblico. La voce di Joe all'epoca deve peraltro maturare, e non è ancora sporcata dal fumo e dal whisky: nella Sheffield proletaria si viaggia a Guinness annacquata, e sembra già un bel vivere. A vent'anni incide "I'll Cry Instead", cover tratta dal repertorio di Lennon-Mc Cartney. È il primo successo di una certa rilevanza, che gli permette di andare a vivere lontano da casa. Da quel momento in poi, i discografici lo destinano al cliché delle cover beatlesiane, finché, con " With A Little Help From My Friend" sfonda. I suoi manager capiscono immediatamente che la sua voce è però più appetibile per il mercato americano che per quello britannico, e lo imbarcano in un tour impegnativo a fianco di Spirit, Janis Joplin e Jimi Hendrix. È il preludio del bagno di folla di Woodstock, dove la sua esibizione è qualcosa di epico, e viene immortalata dal film di Michael Leigh, il primo vero docu-film non amatoriale sul rock, che fa salire la sua fama alle stelle. Joe incide dunque l'album "With a Little Help For My Friend" (1969). Il disco in realtà non riesce pienamente a catturare la magia live di Joe, e così succederà quasi sempre nelle incisioni in studio del vocalist, nonostante l'utilizzo di musicisti formidabili, come Jimmy Page e Steve Windwood.

L'inglese e i cani pazzi
Per capire lo sviluppo successivo della carriera di Joe Cocker bisogna passare al di là dell'Atlantico e fare un passo indietro di qualche anno. All'inizio degli anni Sessanta negli States qualcuno inizia timidamente a parlare di countriefield soul e di gospel tinged rhythm'n'blues. Si va cioè delineando un genere crossover, all'interno del quale si procede a rendere appetibile per l'audience wasp il soul classico di Memphis e Philadelphia, quello che poi costituirà il cuore dell'estetica Stax e Motown. Dall'altra parte, esistono musicisti bianchi che vogliono sporcare di blues il folk e fare finalmente anche del rock un suono groovey. Dopo che Eddy Mitchell e Dusty Springfield hanno anticipato una tendenza, saranno ancora una volta gli Stones a farla diventare una moda conclamata, allorché volano agli studi Muscle Shoals di Chicago per le session di "Sticky Fingers". Profondamente suggestionato da questo meltin'pot, il manager Dee Anthony sogna di mettere in piedi un enorme carrozzone itinerante, con cui dare lustro e celebrare questo incrocio spericolato di differenti culture musicali. Gli serve però un frontman, un'interfaccia per l'intera operazione, un capocomico che guidi la compagnia. E naturalmente la sua scelta cade proprio su Joe. All'epoca della realizzazione dell'album "Joe Cocker!" (1970), ancora una volta infarcito di cover, da Dylan ai Fab Four. Il gruppo che accompagna Joe nell'incisione del disco, la Grease Band, guidata dal chitarrista Henry McCullogh, è la stessa con cui registra il singolone "Delta Lady". Ma quando il cantante decide di tirare il fiato e viaggiare per un po' per la California, i suoi musicisti rimangono a Londra. Non appena però Joe arriva a Los Angeles, Dee Anthony lo coinvolge nell'idea di un tour di cento giorni. È Cocker a proporre come 'organizzatore del suono' il nome di Leon Russell, personaggio seminale della scena countriefield soul, da lui stimato anche per il lavoro ineccepibile compiuto con Delaney & Bonnie. Dieci giorni dopo il tour è già in strada, con la prima data di Detroit che vede ai blocchi di partenza un team di quaranta musicisti. Il 27 e 28 marzo, al Fillmore East di New York, vengono effettuate le registrazioni live che finiranno nel doppio album "Mad Dogs & Englishmen" (1970), pubblicato insieme al film di quel concerto. Alla fine del tour Joe, inconsapevole del successo riscosso e di aver realizzato qualcosa di leggendario, si ritira in una villa di Laurel Canyon, schifato per le pressioni ricevute da Dee Anthony. Rientra poi in famiglia a Sheffield, indeciso se proseguire o meno la carriera di rockstar.

Il soundtrack ballader
Tornato alla musica nel 1972, Joe realizza ancora due ottimi album a Los Angeles, grazie alla collaborazione con il producer Jim Price. Tanto "I Can Stand A Little Rain"(1974) quanto "Jamaica Say You Will" (1974) restano ancora nel solco del rock blues dei primi lavori, senza cadere in tentazioni commerciali. Si tratta però dei suoi ultimi album interamente godibili. A partire dal 1975 il Leone, precocemente invecchiato anche a causa di abusi di ogni tipo, si focalizza sulla produzione di roventi ballatone da alta classifica. È così per "You Are So Beautiful" e soprattutto "Up Where We Belong", che rientra nella colonna sonora del film di successo "Ufficiale E Gentiluomo". Gli anni Ottanta vedono la definitiva trasformazione di Joe in popstar, grazie soprattutto alla cover di una vecchia song di Randy Newman, "You Can Leave Your Heat On", canzone epocale che, unitamente al film "Nove Settimane E Mezzo", diviene un vero e proprio fenomeno di costume. Joe ha però in serbo ancora un album ruggente, "Unchain My Heart" (1987), all'insegna dell'r'n'b d'annata, prima che la sua produzione sprofondi definitivamente nella routine: nelle due decadi successive pubblicherà dischi piuttosto 'standard' come "One Night Of Sin" (1989) e "Organic" (1996) fino ad arrivare a "Respect Yourself" (2002).
Il suo mood diventa sempre più quello dell'interprete, piuttosto che dell'autore: nel 2004, arriva sugli scaffali "Heart & Soul" (2004), un CD composto da cover di brani celebri, da "Chain Of Fools" a "Don't Let Me Be Lonely", mentre tre anni dopo, nell'aprile 2007, è il momento di "Hymn For My Soul", storiche track blues e gospel registrate nei mitici L.A. Sunset Sound Studios.
Di grande effetto la scelta delle canzoni: brani di Bob Dylan, Stevie Wonder, George Harrison, per citarne solo alcuni, cantati con una voce ormai lontana dai fasti degli anni d'oro, ma sempre emozionante, resa più limpida dall'abbandono dei vizi del passato. Insieme a lui lavorano autentici fuoriclasse, dal session–drummer Jim Keltner, ex strumentista per Dylan e John Lennon, a Benmont Tench, pianista di Tom Petty, al celebre hammondista Mike Finnigan, con Jimi Hendrix in "Electric Ladyland".
Il suo nome resterà comunque per sempre legato a quell'incredibile tour del 1970, le cui registrazioni rappresentano l'indelebile istantanea di un momento in cui la musica rock sembrava dovesse cambiare il mondo.