John Mayer

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John Mayer

Grandioso senso del songwriting, talento innato per incantare la platea e qualcosa da dire in modo assolutamente personale: John Mayer è esploso nel panorama rock-folk-blues americano e sembra intenzionato a lasciare il segno.
Mayer nasce il 16 ottobre 1977 nel Connecticut e il suo orecchio per la musica si rivela abbastanza in fretta. Passa le giornate ad ascoltare popmusic alla radio fino ai 13 anni, quando un vicino di casa gli presta un disco di Stevie Ray Vaughn: da quel momento la sua vita cambia, scopre il blues, prende in mano la chitarra e non la mollerà più. Nel giro di soli due anni diventa una delle attrazioni dei bar locali, suonando blues con una maturità impossibile per un teenager.
Ma il ragazzo è maturo anche nel cervello, tanto che capisce subito dove lo porti la strada del virtuosismo chitarristico, ovvero da nessuna parte: "Non è altro che copiare qualcuno, cercando di suonare "Sky Is Crying" meglio di chi salirà sul palco dopo di te". In breve John ha le idee chiare sulla direzione da prendere: comporre canzoni in proprio e suonarle con uno stile tutto suo; raramente si è visto qualcuno dalle idee così chiare e 'impegnative' a sedici anni. I due anni successivi li dedica al songwriting, smorzando il suo virtuosismo in favore del lavoro sulle texture ritmiche e su melodie che rimangano impresse nel pubblico in modo indelebile; è il periodo di formazione del piccolo John, che sarà la sua fortuna qualche anno dopo.
Nel 1997 si iscrive al Boston's Berklee College of Music, ma ci resta poco ("Ho imparato molto, ma non in classe"), per spostarsi nel sud degli Usa ad affinare le sue arti bluesistiche; la meta è Atlanta, su suggerimento di un amico. Qui diventa ospite fisso delle serate dell'Eddie's Attic. La sua presenza 'forte' e la voce un po' roca e strascicata ricordano lo stile di Dave Matthews e di Jakob Dylan e i suoi stage caldissimi generano subito un seguito di fedelissimi.
Le ossa se le è fatte, i fan ce li ha, è arrivato il momento del primo disco. Nella migliore tradizione dell'indie music, Mayer scrive, suona, canta e produce da solo "Inside Wants Out", che esce nel 1999. Sono 8 brani acustici in cui la sua voce è accompagnata solo ed esclusivamente dalla chitarra; il mood è quello del 'trovatore' da bar, che ti incanta con le sue melodie semplici e profonde raccontando storie appassionate.
La reazione della stampa di Atlanta è entusiasta; sofisticato, energetico, onesto, grande comunicatore e con un fisico pronto per i videoclip: questi gli aggettivi che circolano su giornali come l'Atlanta CitySearch E L'Atlanta Journal Constitution. Anche Mayer è un entusiasta, visto che dichiara: "La più bella sensazione che ho è semplicemente cammionare, semplicemente esistere quando ho appena finito di suonare una canzone".
Le major hanno capito che si trovano di fronte un talento puro su cui puntare alla cieca e cominciano a corteggiarlo spudoratamente. La spunta la Aware/Columbia, che nell'autunno 2000 lo spedisce in sala di registrazione per comporre il secondo album, sotto l'egida del producer John Alagia (Dave Matthews Band, Ben Folds Five). Mayer viene affiancato in studio dal bassista David LaBruyere e dal batterista Nir Zidkiyahu (Genesis, Alana Davis). Sul finire del 2001 gli scaffali dei musicstore accolgono "Room For Squares"; è un album naturalmente più elettrico, più funky, più ricco di sfumature rispetto al precedente. Mayer assembla 13 canzoni, di cui 3 riprese da "Inside Wants Out" ("No Such Thing", "My Stupid Mouth" e "Neon"), dall'impatto molto istantaneo e captive, ma non per questo superficiale. Amore, progetti, scavo interiore: il filo rosso del disco è un percorso di scoperta della propria identità svolto nel mezzo di una specie di "crisi di un quarto di vita" (come canta in un brano); una crisi che però non sconfina nella delusione e nella rabbia, ma nella positività e nella voglia di ricominciare. Ispirato al titolo di un disco del 1963 di Hank Mobley ("No Room for Squares"), il secondo lavoro di Mayer rivela i suoi progressi nel songwriting e una produzione da major, con arrangiamento che riecheggiano quel pop à la Elvis Costello e qualcosa dei Police, oltre al già citato Dave Matthews.
L'accoglienza di pubblico e critica è ancora una volta calorosissimo, tanto che Rolling Stone lo inserisce al quinto posto tra i personaggi del 2002, VH1 lo premia con "Artista da conoscere" e HBO come "Artista del mese" di aprile. Il nome di John Mayer rimbomba anche tra i colleghi, se addirittura Sir Elton John lo va a intervistare per Interview di aprile 2002. Intanto vengono pubblicati 2 singoli ("No Such Thing" e "Your Body Is A Wonderland"), la re-release del primo disco e quella del secondo, con pezzi remixati agli Ocean Way Studios di Los Angeles con Jack Joseph Puig (Eric Clapton, Weezer, The Black Crowes) e una nuova canzone, "3x5" (con Alagia).
L'incoronazione ufficiale arriva nel gennaio 2003, poco prima di partire in tour per l'Europa, con la candidatura a 2 Grammy (migliore nuovo artista e migliore pop-performance vocale maschile). "Mi sento ufficialmente un artista" commenta John Mayer.
Il 9 settembre successivo esce il terzo lavoro, “Heavier Things”. Registrato tra New York e Los Angeles ancora con Puig, è un lavoro più sofisticato, con qualche concessione al pop-funk (“Only Heart”) e un approfondimento della ricerca di armonie rarefatte e testi ricchi di dettagli, a raccontare il mondo mayeriano fatto di emozioni sotterranee. Special guest sono artisti del calibro di Sheryl Crow, No Doubt, Black Crowes, Hole e Jellyfish. Il successo è travolgente: per dirne una, debutta al # 1 di Billboard e conferma lo status di narratore popolare di John Mayer.
Ormai anche i confini americani gli vanno stretti e il cantautore si imbarca in autunno in una tournèe che lo porterà fino in Australia.