Johnny Cash

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Johnny Cash

"Buonasera, sono Johnny Cash".
Per giorni e giorni l'Uomo in Nero dell'Arkansas è entrato nelle case degli americani presentandosi in Tv con questa asciutta ma inconfondibile formula.
Johnny Cash, indiscussa icona del country è una delle voci storiche nate nel Dopoguerra americano: una miscela unica di folk & ribellione, di Bibbia & pistola, di fede & peccato celebrati con toni baritonali e guarniti da una chitarra spiccia, basica e ruvida come quelle del nascente Rock.
E Johnny il Rock lo conosce bene: per un certo periodo ne costruirà le fondamenta partecipando al leggendario Million Dollar Quartet con Elvis Presley, Jerry Lee Lewis e Carl Perkins. In una parola: il meglio.
Ma da dove esce fuori questo talento?
Johnny viene dall'Arkansas e l'amore per la musica gli arriva dal country che ascolta sempre su radio KLCN ai tempi del liceo. Nel 1950 trasloca a Detroit e va a lavorare in una fabbrica di automobili, poi arriva la Guerra di Corea: Johnny entra in aviazione e compra la sua prima chitarra. Qui nascono le sue prime perle, per esempio "Folsom Prison Blues". Intanto trasloca a Memphis, si sposa per la prima volta (con Vivian Leberto, 1954), di giorno fa l'annunciatore in radio e di notte suona in un trio con Luther Perkins alla chitarra e Marshall Grant al basso. Dopo qualche show gratis, nel 1955 arriva l'audizione per la mitica Sun Records di quel Sam Phillips che poi manderà in orbita Elvis. Il risultato sono tre singoli mangiaclassifiche, "Cry Cry Cry", "Folsom Prison Blues" e la mitica "I Walk the Line": e mentre Johnny si guadagna il suo soprannome (a uno chic-show, strafottente, si presenta vestito di nero) è stata avviata una carriera quarantennale che piazzerà in classifica 100 singoli.
Due eventi portano il segno del nuovo decennio sul Cash: all'alba dei Sixties il Nostro cambia etichetta (dalla Sun alla più redditizia Columbia) e nel 1959 comincia a prendere anfetamine per tenere ritmi indiavolati: quasi 300 concerti all'anno. È l'inizio della decadenza: i singoli vendono meno, Johnny è strafatto, flirta con la morte, un giorno incendia un bosco sterminato, nel 1963 decide di traslocare ancora, stavolta a New York, e per giunta senza famiglia.
La sua salvezza si chiama June Carter.
La biondocrinita parente del futuro presidente Usa lo tirerà fuori dal suo comportamento antisociale: diamo a Johnny qualche tempo prima di tornare pulito, intanto ha trovato la donna della sua vita (si sposeranno nel '68), si è rappacificato con Dio e ha sfornato "Ring of Fire", l'hit single più grande della sua carriera. Cash attraverserà gli anni '60 con sorti alterne: fra i momenti no l'arresto per possesso di droga a El Paso (1965) e il divorzio dalla seconda moglie Vivian (1966), fra i momenti sì il "Johnny Cash Show" (dal '69 al '71 sulla ABC) e due mitici concerti nei penitenziari americani immortalati nei live "At Folsom Prison" e "At San Quentin".
Gli anni '70 e '80 di Johnny Cash non sono granché.
Nonostante le collaborazioni eccellenti con Bob Dylan, Kirk Douglas e Jerry Lee Lewis, le campagne sociali per gli Indiani d'America, l'avventurosa autobiografia ("Man in Black", 1975), il precocissimo ingresso nella Country Music Hall of Fame(1980), l'Uomo in Nero frequenta poco le vette delle chart Usa. Risultato: Johnny vagabonda nel delirio mistico, nel 1986 lascia la Columbia dopo trent'anni e si accasa alla Mercury Nashville. Ma anche il country è cambiato e il pubblico ora preferisce artisti più giovani.
È la fine.
Anzi no.
Perché nel 1993 The Man in Black resuscita grazie al tocco magico del produttore che incoronò Red Hot Chili Peppers, Slayer e Beastie Boys, sua maestà Rick Rubin. Che fa una cosa molto semplice: prende Johnny, se lo porta a casa, lo fa accomodare in poltrona, gli piazza in mano una chitarra acustica, tira fuori una manciata di hit del momento e gli dice di cantarle come sa fare lui.
È nato "American Recordings", è rinato Johnny Cash.
Negli anni Novanta l'Uomo in Nero vive una seconda giovinezza, appetibile persino per il pubblico dei teenager e caratterizzata dal sodalizio con la American di Rick Rubin che gli frutterà 3 Grammy Award e 4 album a cavallo tra revival vecchi e nuovi: dai Beatles a Beck, da Tom Petty ai Depeche Mode, da Sting ai Soundgarden, da Nick Cave ai Nine Inch Nails, niente sfugge al carisma di Johnny Cash che esalta tutti i possibili repertori senza mai scadere nel kitsch.
Dopo vent'anni di quarantena ci piace immaginare Johnny Cash che entra nel nuovo Millennio da trionfatore ma a modo suo, come la famosa foto che lo ritrae col dito medio alzato: incurante dell'età e degli acciacchi, ha ancora voglia di celebrare i cardini della sua produzione sulla tripla antologia "Love, God, Murder" (con note di copertina affidate a moglie + Bono + Quentin Tarantino) e fra una scappata e l'altra dal buen retiro in Giamaica prosegue la saga-American, ormai arrivata al quarto capitolo: "The Man Comes Around", che si fa beffe di tutto e di tutti.
Nell'aprile 2003 la vita di Johnny è spezzata dalla morte di June. Segue il ritorno faticoso sulle scene, altre recording session insieme a Rubin, ma a settembre (l'11 per l'esattezza) Johnny segue nel suo ultimo viaggio l'amata June e si spegne nella sua casa di Nashville.
Il mito di Cash non accenna però a spegnersi: nel 2006 il biopic "Walk The Line", che celebra più di ogni altra cosa la storia d'amore fra Johnny e June, fa incetta di statuette agli Oscar.
A giugno esce "American V: A Hundred Highways", l'ultimo lavoro postumo di Cash, segno incancellabile di una delle figure fondamentali della musica a stelle e strisce. Che vince tutto, anche la morte.