Jungle Brothers

Jungle Brothers

Alternative hip hop.
Ci sono volte in cui inaugurare una tendenza musicale ti trasforma (giustamente) in una celebrità. Poi ci sono volte in cui la tua innovazione arriva forse un po' troppo presto e finisce che il grande pubblico concede fama e ricchezza a coloro che di fatto sono un po' tuoi figli: è il caso dei Jungle Brothers, terzetto newyorkese che per primo ha sperimentato la fusione di jazz e hip hop, aprendo la strada a futuri campioni di vendite come De La Soul, A Tribe Called Quest e Digable Planets.
Il bello è che dal punto di vista musicale i Jungle Brothers non si 'limitano' a utilizzare sample jazz, ma spaziano anche dalla house music fino a spruzzatine di James Brown, condendo il tutto con una filosofia afrocentrica anch'essa destinata a molto influenzare il panorama futuro.
Tutto comincia nel 1986, a New York.
Due di loro vengono dal quartiere di Harlem, uno da quello di Brooklyn.
Quelli di Harlem sono Mike Gee (vero nome Michael Small) e DJ Sammy B (vero nome Sammy Burwell). Afrika Baby Bam (vero nome Nathaniel Hall) arriva invece da Brooklyn.
A raccogliere le loro idee musicali ci pensa l'etichetta indipendente Idler, che nei primi mesi del 1988 produce il loro disco di debutto, "Straight Out The Jungle". L'attenzione per un punto di vista afrocentrico fa guadagnare al terzetto l'apprezzamento di Afrikaa Bambaataa, che ne sponsorizza l'ingresso nella Native Tongue Posse: si tratta di un collettivo fondato dalla leggenda dell'hip hop e comprendente personalità come Queen Latifah (e più tardi De La Soul e A Tribe Called Quest).
Non solo sodalizi 'filosofici': "Straight Out The Jungle" contiene anche molte idee musicali destinate a grandi cose. Per esempio c'è il singolo "I'll House You", composto in collaborazione con il producer Tod Terry e considerato come uno dei primi esperimenti di quella che diventerà famosa come hip-house.
Nonostante il carattere seminale dell'album, ma forse anche per questo, "Straight Out The Jungle" non ottiene un significativo successo di pubblico. Anzi, per certi versi è un fallimento dal punto di vista commerciale.
Nonostante questo la major Warner Brothers decide di puntare sui Jungle Brothers e li mette sotto contratto nel corso del 1989. Prima della fine dell'anno è già tempo del secondo album, "Done By The Forces Of Nature". Solo che l'insuccesso commerciale si ripete: non basta l'ottima accoglienza da parte della critica, né che l'uscita avvenga nello stesso anno in cui i De La Soul fanno il botto con la fusione tra jazz e rap di "3 Feet High And Rising" (anch'esso ottimamente recensito, ma non più del lavoro dei Jungle Brothers).
Le fortune commerciali del trio non vengono aiutate neppure dal silenzio discografico che li caratterizza nei successivi quattro anni. È vero che si tratta di una strategia di marketing voluta da Warner Bros., però si rivela essere sbagliata. E così, quando nell'estate del 1993 viene pubblicato "J. Beez Wit The Remedy" ecco che il massiccio investimento pubblicitario dell'etichetta discografica non ottiene i risultati sperati.
Stabilito che la strategia di marketing non ha funzionato sarebbe il caso di cambiarla. Invece no: passano altri quattro anni prima che venga pubblicato "Raw Deluxe" (1997). L'esito commerciale, naturalmente, non cambia.
Per "V.I.P." (2000), i Jungle Brothers collaborano con il produttore Alex Gifford (dei Propellerheads) e sfornano un album che conquista la critica con la sua carica funky-dance. Convince leggermente meno il successivo "All That We Do" (2002).
Nel 2004 il trio collabora col producer inglese Mr. On e realizza "Breathe (Don't Stop)", una versione di "Breathe And Stop" di Q-Tip (A Tribe Called Quest), mescolata con un campionamento di "Don't Stop 'Til You Get Enough" (Michael Jackson).
Nel 2005 è tempo di un doppio CD, che unisce i loro migliori singoli, remix e rarità. Il titolo? "This Is Jungle Brothers", già dal titolo una sorta di biglietto da visita per una carriera musicalmente notevole, ma non altrettanto soddisfacente dal punto di vista commerciale.