Keziah Jones

Keziah Jones

Dalla Nigeria con furore, dritto verso il futuro: Keziah Jones è il classico paradosso del cocktail con troppi ingredienti, che di solito è uno schifo ma quando riesce non ne puoi più fare a meno. Il suo sound è unico: un mix di blues bello ruvido e hard funk acustico, con influenze rock e soul che riescono nella difficile mediazione fra Africa ed Europa. Il risultato è una musicalità originale e rivoluzionaria.
Parte tutto da una ricca famiglia nigeriana: il padre è un capo tribù e industriale di successo, e la tradizione vuole che i piccoli di casa vengano educati nelle migliori scuole del Primo Mondo in vista di una brillante carriera nell'economia del Terzo Mondo. Keziah Jones (vero nome Femi Sanyaolu), non fa eccezione: quando compie 8 anni viene spedito in Inghilterra a studiare. Solo che l'idea presto inizia a stargli stretta: "Dovevo trovare un modo di scappare da tutta quella merda – ricorda più tardi – e la musica era la chiave di volta".
È così che decide di imparare a suonare e comporre da autodidatta, sfruttando il vecchio pianoforte della scuola quando nessuno è nei paraggi. La situazione è esplosiva: musica e aspettative familiari non stanno bene insieme, e papà non tarda ad accorgersi della situazione (complici gli esami di fine anno, che vanno un disastro). La rottura è inevitabile: Keziah Jones molla la scuola e si butta a pesce nel grande mondo dell'Underground londinese, tutto vita di strada, club cittadini e polizia non particolarmente solidale. La scelta è quella giusta, perché nel giro di pochissimo tempo Covent Garden lo incorona gran maestro del funk e trasforma le sue esibizioni in appuntamenti imperdibili: il popolo della strada ha trovato un nuovo punto di riferimento, e siccome i manager con gli attributi sanno stare in mezzo alla strada, ecco che un giorno uno di loro lo scopre.
Il suo nome è Phil Pickett, il suo contributo alla futura carriera di Keziah Jones è triplice: continua a lasciargli suonare la sua musica, organizza date nei club di tutta l'Inghilterra, gli procura musicisti di tutto rispetto con i quali sviluppare il proprio sound. Il risultato è evidente a tutti coloro che in questo periodo hanno la fortuna di assistere a un suo live: la formazione è esile (basso e batteria più Jones a chitarra e voce), di quelle che funzionano solo se il leader del gruppo ha talento ed energia da vendere. Ebbene, Keziah Jones si conferma grande: come ai tempi di Covent Garden, basta meno di un anno perché il suo nome diventi celebre in tutto il giro musicale inglese, soprattutto perché il suo modo di cantare e suonare sta ridefinendo i confini della black music e imponendo un suond completamente nuovo.
I critici musicali più attenti se ne accorgono e cominciano a non vedere l'ora che esca un album d'esordio. Vengono accontentati nel 1992, quando "Blufunk Is A Fact" conquista pubblico e critica senza quasi riserve (forte anche di 3 singoli di successo: "Rythmn Is Love", "Where Is Life" e "Free Your Soul"). Dopo un esordio di questo calibro, la strada per l'album #2 è decisamente in discesa: "African Space Craft" (1995) rende onore alle attese e sforna un altro paio di hit ("A Million Miles From Home" e "If You Know").
Ma nonostante le critiche entusiaste, praticamente tutti concordano sul fatto che il vero punto forte di Keziah Jones continua a essere il concerto dal vivo: date in Europa, Giappone e Australia confermano che l'energia che si crea fra pubblico e band è qualcosa di assolutamente insolito ed esaltante.
E così, fra un live e l'altro, bisogna aspettare il 1999 per l'album #3 ("Liquid Sunshine"). Composto fra Londra e Lagos negli anni che vanno dal 1995 al 1998, divide un poco la critica: da un lato c'è che sostiene che ci sia un calo rispetto ai precedenti lavori, dall'altro chi si entusiasma e scomoda paralleli con musicisti mica da ridere (Curtis Mayfield, Freddy Mercury, Marvin Gaye e Prince perla voce; John Lee Hooker, Jimmy Nolen e Jimi Hendrix per la chitarra; Tricky, Nirvana e Soundgarden per le sperimentazioni in fase di registrazione).
Qualunque sia il giudizio della critica, Keziah Jones continua per la sua strada (del resto, uno che manda a quel paese il roseo futuro di famiglia non si fa mica influenzare tanto facilmente): altri quattro anni continuando a fare il pendolare fra Nigeria ed Europa, poi ecco "Black Orpheus", scritto soprattutto nella campagna dell'Andalusia, registrato a Londra, mixato a Parigi e New York. Ancora una volta un album di tutto rispetto, interessantissimo e innovativo.