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Tre facce angeliche e canzoni dalle orecchiabili arie pop nascondono testi tormentati e velate inclinazioni per i dilemmi interiori tipici del grunge.
I Lifehouse non sono un semplice trio, ma un trio con una storia incredibile: in pochissimo tempo sono passati dal suonare pochi show nel circuito dei college americani a condividere la strada con artisti del calibro di Pearl Jam, Fuel, Everclear e Matchbox Twenty. Ancora più incredibile il fatto che un'oscura band di Los Angeles abbia potuto conquistare la vetta della Modern Rock chart di Billboard con il singolo “Hanging By A Moment”, a sole dieci settimane di distanza dalla pubblicazione dell'album d'esordio.
I Lifehouse si formano in California nel 1998. Tutto inizia quando Jason Wade, nato a Camarillo in California, ma poi vissuto in Estremo Oriente per gran parte della sua infanzia, si trasferisce a Seattle insieme alla madre - da poco separata dal padre - e trova nella musica lo sfogo delle sue preoccupazioni.
Stabilitosi all'età di 15 anni a Los Angeles, incontra Sergio Andrade, un coetaneo originario di Guatemala City ossessionato dal basso, con il quale comincia a fare jam sessions nel garage di casa. I due si uniscono a un batterista (che poi lascia il gruppo) e dopo aver perfezionato il loro sound per qualche mese, inaugurano la loro 'residenza' il venerdì notte presso l'auditorium di una scuola locale.
Il passaparola raggiunge il produttore Ron Aniello, che permette loro di fare delle incisioni rudimentali nel suo studio domestico. Anche il batterista Rick Woolstenhulme viene a sapere di loro. Nato e cresciuto in Arizona da una famiglia di musicisti, Rick incrocia il suo cammino con i due negli studi in cui sia Jason e Sergio che la sua band stanno facendo pratica. Di lì a poco diventa il terzo elemento portante del gruppo.
Dopo due anni di prove e registrazioni, Jason fa ascoltare ad Aniello “Breathing”: il produttore ne è entusiasta e presenta i tre a Jude Cole, diventata poi la loro manager. Da lì al contratto con la Dreamworks il passo è breve. “No Name Face”, l'album d'esordio uscito nell'ottobre 2000, prende forma, composto in gran parte da quegli stessi demo che Jason scriveva e componeva a 15 anni. Il singolo “Hanging By A Moment” li proietta nelle playlist delle radio principali americane, e li porta ad andare in tour con i Pearl Jam, oltre che far ottenere all'LP il Doppio Disco di Platino.
I tre passano i mesi successivi on the road, in un tour esteso che li porta anche a toccare l'Italia per l'Heineken Jammin' Festival 2001.
Contemporaneamente Jason comincia a scrivere nuovo materiale, grazie a un quattro-tracce portatile che lo accompagna sul tourbus.
Dopo 18 mesi e 80 canzoni (di cui 30 pronte per essere incise) la band, ancora coadiuvata da Ron Aniello, è pronta a pubblicare il secondo album, “Stanley Climbfall”, in uscita per metà settembre 2002. A detta del biondo frontman, il titolo riflette il suo tipico approccio alla stesura dei testi: “Tutti hanno i loro alti e bassi. Dopo un po' di congetture e giochi di parole, una canzone intitolata “Stand, Climb, Fall” si è trasformata in un personaggio di nome Stanley Climbfall, che passa tutte queste fasi altalenanti”.
Le tredici tracce che compongono il secondo sforzo in studio trasudano di ritornelli pop e inflessioni grunge. Gli stessi elementi che hanno fatto nascere fan dei Lifehouse come funghi in tutto il mondo.