Lou Reed

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Lou Reed

Il rock intelligente e cangiante.
Ci sono musicisti che entrano di diritto nella storia della cultura del loro tempo: Lou Reed è uno di questi. Nessun dubbio. Prima coi Velvet Underground, poi da solo in mille sfaccettature, il ricciolino di New York è stato il poeta oscuro, il cantore del lato selvaggio, il punto di riferimento fondamentale per più generazioni, con la voce più personale del circuito e con uno stile che ha fatto scuola pur essendo inimitabile. La sua lunghissima carriera non ha prodotto sempre dischi memorabili, ma con terrificante costanza Reed ha saputo risollevarsi da periodi bui e regalarci capolavori in grado di spingere la musica verso nuove frontiere.
Lou Reed nasce il 2 marzo 1942 a Freeport, Long Island (New York) da una famiglia di origine ebrea. Manco a dirlo, è un ragazzo difficile e la leggenda narra che venga più volte sottoposto a elettroshock, un'esperienza che lo segnerà profondamente. Introverso e scontroso, coltiva fin da giovanissimo la poesia e la musica, militando in gruppi liceali di scarse prospettive. Il primo amore è il jazz d'avanguardia (che poi avrà il suo peso negli arrangiamenti di tutta la carriera di Reed), mentre lo studio della letteratura viene approfondito alla Syracuse University, sotto l'egida del professore-guru Delmore Schwartz.
Il talento piano piano emerge e Lou comincia a frequentare gli studi di registrazione di New York, dove incide il primo lavoro, "So Blue", con gli Shades (che ottiene anche un certo successo). Poi Pickwick Records lo mette sotto contratto come autore e quando compone "The Ostrich", un brano provocatorio che parla di sesso come mai nessuno aveva osato fare prima, un'altra mente votata alla provocazione e allo sperimentalismo estremo sente la vibrazione malata e si fa avanti: è John Cale, musicista classico gallese che suona nei Primitives.
È la prima radice dei Velvet Underground, colonna assoluta nella storia del Rock'n'Roll. Questa è però un'altra, entusiasmante, storia.
A noi, qui, interessa Lou Reed da solo.
Significa arrivare al 1970, quando abbandona il gruppo, passa un periodo dai genitori a Long Island e nel 1972 sforna "Lou Reed", senza però ottenere un grande successo.
Lo stesso anno però pubblica "Transformer", un inno alla decadenza e all'ambiguità che colpisce subito la sensibilità del pubblico e rimane nella memoria con brani come "Vicious", "Perfect Day", "Satellite Of Love" e "Walk On The Wild Side". La ragione della riuscita del disco è anche la presenza in sala d'incisione di David Bowie (con Mick Ronson) durante uno degli apici della sua carriera: è l'epoca del glam rock profetizzato dal Duca Bianco, ma anche l'epoca dell'autodistruzione, della droga a fiumi, della bisessualità sfrenata, di Berlino caput mundi e dei concerti-rissa.
Il successo di "Transformer" non piega Lou alle regole dello showbiz e il lavoro successivo è la cosa più lontana che si possa immaginare: un'opera lirico-rock intitolata alla capitale tedesca. "Berlin", che esce nel 1973, è un concept album che ruota attorno a una struggente vicenda d'amore e morte (suicidio, naturalmente) e rivela tutto il talento di Reed nel songwriting. Accolto male dalla critica, è rivalutato anni dopo, diventando un album di culto.
I dischi successivi vedono Reed avvicinarsi di più ai gusti del pubblico, virando verso un metal pop più radiofonico. Anche il look si uniforma al nuovo trend: giubbotto di pelle, stivalazzi, jeans stracciati, capello tinto, unghie dipinte, occhiali a goccia e buchi da siringa. Di questo periodo il disco meglio riuscito è "Rock & Roll Animal" (1974), un live di soli 5 brani ma dall'energia devastante, in cui Lou rilegge 4 successi dei Velvet spogliandoli dello sperimentalismo e ricostruendo il ritmo con un mood 2 chitarre/basso/batteria che ritroveremo nei suoi capolavori più tardivi.
Musicalmente si tratta in ogni caso della sua fase più anonima, con dischi di rock stereotipato che non fanno onore al suo talento autorale. Nel mezzo, un curioso esempio di sperimentalismo estremo, quel "Metal Machine Music" (1975), fatto di rumori elettronici casuali generati da amplificatori distorti: arte, provocazione o buffonata?
"Take No Prisoners", del 1978 è uno strano concept-album in forma di monologo ironico che, pur non pienamente riuscito, sarà alla base dei suoi lavori più fortunati di fine anni '80, così come "The Bells" (1979), l'anno successivo, che vira verso toni musicalmente più diretti e liriche che allargano lo spettro oltre la decadenza debosciata. Gli album che seguono sono ancora un embrione della maturazione artistica e personale di Lou Reed, che lentamente esce dal vortice di droga e autodistruzione tipico delle rockstar di quel periodo.
L'anno della rinascita è il 1989, con la release di "New York", considerato da molta critica il suo disco solista migliore. È un omaggio alla propria città in 14 canzoni, in cui lo sguardo del poeta si è raffinato in liriche complesse e taglienti, in rime perfette, in visioni di una città meravigliosa e terribile, ricca di contraddizioni: dopo anni di menefreghismo, anarchia ed eccessi, Lou Reed è diventato grande e riflette amaramente sul mondo che lo circonda come un vecchio saggio. E lo fa con uno stile musicale più essenziale che mai: rock puro, diretto, di grande impatto emotivo e intellettuale.
L'anno dopo succede il miracolo: Lou e John Cale si incontrano di nuovo e registrano insieme "Songs For Drella" (1990), un album dedicato al loro mentore Andy Warhol, da poco venuto a mancare. Ne esce uno dei dischi più originali dell'epoca, una serie di 15 miniature al piano, chitarra e violino, che raccontano la storia del padre della pop-art e l'affetto che lo legava ai due musicisti. L'esperimento fa sperare in una reunion del duo, invece non se ne fa nulla, dato che le incompatibilità di carattere tra il newyorkese e il gallese non sono mai state sopite.
Il momento magico di Reed prosegue con "Magic And Loss" (1992), con un ritorno alla forma canzone più complessa. L'album è una profonda e impegnativa riflessione poetica sulla perdita e sull'inafferrabilità della vita.
Nel 1993 i Velvet Underground si ritrovano ormai cinquantenni per una serie di concerti europei (tra cui uno a Milano) e trasformano quello di Parigi in un disco live. In un periodo di reunion patetiche, quella dei Velvet non sfigura più di tanto, forse anche perché i quattro si limitano al tour e non hanno alcuna intenzione di incidere album.
E infatti Lou Reed torna a fare musica da sé e nel 1996 pubblica "Set The Twilight Reeling", un buon lavoro sulle tracce dei due capolavori precedenti, che però, proprio per questo, denuncia il manierismo che rischia di condizionare la musica del vecchio leone.
Tra riedizioni di vecchi dischi, live album (tra cui l'ottimo "Perfect Night: Live In London" nel 1998), lezioni di poesia nelle università americane, l'unione sentimentale con un'altra grande della musica (Laurie Anderson), si arriva al 2000 con "Ecstasy". È un tentativo di cercare nuove strade musicali, e per farlo Reed torna a parlare di sesso, droga e… opossum, in modo naturalmente diverso rispetto allo stile delle origini: più romanzato e più ironico.
Ormai assurto al rango di poeta e icona immortale del Rock, oltre che Maestro della canzone da due accordi, Lou può permettersi di fare quello che vuole, compreso "Word & Music", quattro concerti italiani in cui recita versi insieme alla compagna Laurie Anderson, accompagnati da una base musicale minimalista.
Il 28 gennaio 2003 gli scaffali ospitano "The Raven", inciso a 60 anni compiuti: è un doppio CD che si ispira alla letteratura di Edgar Allan Poe, basato su "Poetry", un musical messo in scena nel 2002 alla Brooklyn Academy Of Music insieme a Robert Wilson. Lou adatta i testi di Poe alla sensibilità contemporanea, recuperando quella passione per il jazz d'avanguardia dei primi anni '60 e traducendola in effetti sonori per ricreare atmosfere gotiche da film horror.
Durante la tournée successiva, nella data di Los Angeles (al Wiltern Theater), Lou Reed registra quello che diventerà il doppio album "Animal Serenade" (2004), una sorta di ideale tributo al suo "Rock & Roll Animal" (1974).
Tra nuove compilation, ristampe e progetti paralleli (come le mostre di sue fotografie), il vecchio leone saluta l'arrivo del 2006 con un nuovo tour, per poi rientrare in sala di registrazione verso fine anno. Tutti si aspettano il disco che inauguri il nuovo sodalizio con le Sanctuary Records, e invece a inizio 2007 esce "Hudson River Wind Meditations", un disco di meditazione-sperimentazione elettronica pubblicato dalla Sounds True.
È un modo come un altro per entrare alla grande nel periodo caldo dell'anno, quando il vecchio leone mette in piedi un live show basato interamente su "Berlin", una vera e propria tournée evento in giro per l'europa. A fargli compagnia, un'orchestra e la consapevolezza di essere uno dei pochi della sua generazione a non aver dormito sugli allori, riuscendo a proporre una ricerca musicale sempre stimolante.