Love

Love
  • Rock, Folk-Rock, Baroque Pop, Garage Rock, Psychedelic
  • Un crossover impossibile tra Hendrix e Beatles, che segna in maniera indelebile la storia del garage. [... altro]

Un crossover impossibile tra Hendrix e Beatles, che segna in maniera indelebile la storia del garage.
I Love vengono curiosamente citati da molti allorché si vogliono individuare i gruppi capaci di rivaleggiare con i Beatles e i Rolling Stones. In realtà il combo californiano, nato nel momento in cui esplode il flower power, si situa sul crinale esistente tra la musica pop e il garage rock irrorato di folk alla Byrds. Principale responsabile del suono dei Love è Arthur Lee, stratosferico chitarrista, perfetto emulo di Jimi Hendrix. E il cuore della loro opera, che si situa nei primi tre album, è stato l'oscuro oggetto di culto di generazioni e generazioni di fan della primissima fioritura psichedelica. Gruppi come i White Stripes, ma anche gli stessi R.E.M., devono non poco ai Love, dimenticati molto presto dal grande pubblico.
Alla metà degli anni Sessanta in California impazza il Flower Power. Dietro la scia dei Byrds nasce una miriade di band che cercano di scimmiottare il jingle-jangle delle chitarre Rickenbacker. L'altro grande elemento di attrattiva di quella scena è il folk rock intarsiato di gentili aperture acustiche dei Jefferson Airplane di Grace Slick. I due gruppi si dividono consensi di critica e pubblico sulla piazza pischedelica per eccellenza, San Francisco, ricetto di tutti i freaks dell'epoca, così come a Los Angeles imperversano i Doors di Jim Morrison. Esistono però anche combo sotterranei che coltivano una musica diversa, che non rinuncia all'utopia del pop sempre più barocco alla Beatles, e che guardano come a dei veri e propri miti a Brian Wilson, Van Dyke Parks e Burt Bacharach. Tra questi anche i Love, formatisi grazie all'incontro di Brian Mc Lean con un funambolico chitarrista di Memphis, le cui scale imbevute di blues schizzano alla velocità della luce: Arthur Lee. Il ragazzo, nato in una famiglia nera di scarsissimi mezzi, si è fatto le ossa nei migliori complessi garage-blues dell'Unione. Quando arriva in California si parla di lui come dell'unico capace di rivaleggiare col voodoo child Jimi Hendrix. "Love" (1966) è il debutto discografico della band, pubblicato per la seminale label Elektra. Il disco contiene una cover di Dino Valenti, poi membro dei Quicksilver Messenger Service: un blues torrido e dolente di nome "Hey Joe", che svetta presto molto alto nelle classifiche, così come il singolo d'esordio "Little Red Book", vergato da Burt Bacharach. Ma sono tracce catatoniche e funeree come la chiesastica "Signed D.C." a far intuire che i Love sono fatti di una pasta diversa, e che il loro garage sound è destinato a far molta strada. Perché contengono il meglio della poetica lisergica e allucinata che connoterà la parte terminale degli anni Sessanta, di cui sanno incarnare da un lato l'utopia estrema e dall'altro i fermenti di ribellione scapigliata. La fragile Mushroom Clouds svela già in questo senso tutte le contraddizioni della sua epoca.
L'anno successivo esce il secondo disco della band, "Da Capo" (1967). Nel gruppo ha fatto il suo ingresso Tjai Cantrell, che si occupa dei fiati. Gli arrangiamenti si fanno più deraglianti, sfiorando spesso il kitsch, come nel caso di "Stephanie Who Knows", niente più che un R&B da manuale, intessuto però da clavicembali sfumati e ritornanti, che creano un curioso effetto di spiazzamento spazio-temporale. Straordinaria è poi l'anfetaminica "Seven And Seven Is", una traccia che rappresenta un testo sacro del garage rock. E se MacLean si rivela un raffinato emulatore dello spirito della swingin' London, scrivendo episodi lambiccati e adornati di un'insospettabile flavour jazzy come "Orange Skies"oppure vere e proprie polifonie di harpsycord, è con "The Caste"che Lee opera uno scatto in avanti impressionante, sciogliendo il rock primordiale in un flamenco incendiario, e di fatto gettando un ponte verso il suono latino, che saranno moltissimi, a partire da Santana, a percorrere. L'estenuante "Revelation" si estende invece per venti minuti, all'insegna di un rock blues deviante, su cui si stagliano svisate d'armonica, e impressionanti accelerazioni boogie.
L'epopea dei Beatles e dei Beach Boys segna in quegli anni anche la fantasia di Lee e McLean. Che giocano la carta di un album iperprodotto, grazie al contributo in sala d'incisione di David Angel, un arrangiatore alla Van Dyke Parks, capace però anche di sciorinare un formidabile catalogo di trucchetti da studio alla George Martin. È così che nasce "Forever Changes" (1967), che stupisce per le sue incursioni in un suono a tratti sinfonico, che in parte snatura il blend rockettaro della band. Ma si tratta comunque di uno dei migliori lavori della sua epoca, proprio per questa strana commistione di arrangiamenti ben temperati e inusitate ruvidezze e schizofrenie. Mancano però brani dalla presa diretta come nel disco di debutto, e pure le tavolozze allucinate di "Da Capo". L'avventura creativa dei Love di fatto finisce qui. Dopo "Forever Changes" si innesca infatti un inesorabile meccanismo, che porta il combo a continue e infruttuose variazioni di lineup. In questi anni i Love sfoggiano un trittico di dischi ripetitivi: "Four Sail" (1969), il doppio "Out There" (1969) e il conclusivo "False Start" (1970). Si tratta di lavori mediocri, che nulla aggiungono alla poetica lucida e folle di Lee e compagni. Lo stesso Lee incide un album con Hendrix nel 1972: ma di quelle mitiche registrazioni si è persa ogni traccia. I Love si riformano nel 1974, ma il loro ritorno, "Real To Real" è un clamoroso buco nell'acqua. Arthur Lee riutilizzerà poi in futuro altre volte la sigla Love, per progetti che però non hanno più nulla a che fare col gruppo originario. Un arresto e diversi problemi di salute metteranno fine alla carriera di uno degli axeman più amati degli anni Sessanta.