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Moby

Dal techno-punk cristiano al proto-industrial al blues-soul elettronico denso di malinconia: Moby è un genio vulcanico.
Richard Melville Hall nasce nel 1965 ad Harlem (New York City), imparentato con quel Melville che scrisse "Moby Dick" – e di qui il futuro nome d'arte. Cresce nei sobborghi del Connecticut, tra Darien, Danbury, Stratford e Greenwich; il padre, chimico, muore in un incidente stradale quando il pargolo ha 2 anni; la madre, travolta dagli effluvi del Flower Power, gli dona ricordi di case infestate di hippy, estati dell'amore (San Francisco 1969) e anche di un improbabile incontro con John Wayne.
Richard si imbottisce (troppo presto?) di Bukowski, Faulkner e Rimbaud, nel 1978 comincia a suonare la chitarra e vive la sua prima delusione d'amore proprio per l'insegnante di chitarra. Un anno dopo è già invischiato nel fascino anarcoide del punk e del post-punk, illuminato da Clash, Gang Of Four, Public Image e Joy Division. Tanto che consuma la prima metà dei temibili anni Ottanta militando in una serie di oscure ma incazzate band hardcore: The Banned, Uxl, DDL, Vatican Commandos e AWOL.
Nel 1984 lascia l'università, dopo un anno di Filosofia, e si dà da fare come DJ nei club del suo Connecticut, agreste e senza speranze, tentando qualche sortita a New York. Abita ancora a Greenwich, di fianco alla madre di George Bush, poi in una casa mobile con un amico squatter e in seguito in una fattoria abbandonata.
L'epicentro delle cose, però, resta la Grande Mela e Moby vi si trasferisce nel 1989, quando la Instinct Records lo mette sotto contratto. Il ciclone della techno e della house invade i club e il ragazzo di campagna si schiera in prima linea, con le sue performance elettroniche in locali come il Mars, il Palladium, l'MK, il Palace de Beaute. Alla furia da rave Moby miscela la fresca conversione ad un Gesù iconoclasta e la fissazione per la dieta vegetariana.
I singoli che pubblica, all'inizio, vendono una miseria: il primo, "Time Up", assomma la pietosa cifra di otto copie. Ma il suo nome (e i suoi pseudonimi: Barracuda, Brainstorm, Mindstorm, UHF) iniziano a girare e si insediano con lenta costanza tra le preferenze degli appassionati; nel 1991 "Go!", campionato dal tema di "Twin Peaks", si arrampica sulla vetta del milione di copie.
Moby diventa un guru, con appiccicata addosso l'etichetta (spesso fraintesa) di 'dissidente vegetariano cristiano technopunk': la prima vera stella dell'elettronica estrema americana. Si guadagna i gradi sul campo andando in tournèe con maestri (inevitabilmente inglesi) del calibro di Prodigy, Richie Hawtin, Orbital e Aphex Twin: nelle sue performance sfascia tutto, a cominciare da timpani e strumenti.
Nel 1993 passa alla Mute/Elektra e si insinua anche nelle spocchiose chart inglesi. Il disco "Everything Is Wrong" (1995) è un calderone esplosivo, che frantuma i generi – punk jungle house blues soul – e li riconverte all'ispirazione del demiurgo. Qualcuno grida al miracolo (Spin lo indica come album dell'anno), altri fiutano che il bello deve ancora venire e molti lo richiedono come remixer, dai Metallica a Michael Jackson, o come produttore, dalle Hole ai Guns'n'Roses.
Sembra il momento di conquistare il mondo e invece si accumulano nubi di tempesta. Moby è stravolto da improvvisi attacchi di panico; con "Animal Rights" (1996), una bordata industrial di new-metal in germe, si allontana dalla decadente scena rave e cambia completamente tiro. La lapidazione è immediata, il disco non piace e le cose cominciano ad andare veramente male: la madre muore nel 1997 di cancro, Moby attraversa una fase nera e nemmeno "I Like To Score" (pubblicato sotto il moniker di Voodoo Child) con la sua hit "James Bond Theme" riesce a risollevarlo. Una situazione tale da stroncare un intero corpo dei marine.
Poi, accade un piccolo, meraviglioso miracolo. Una minuscola (all'epoca) etichetta americana, la V2 Records, concede fiducia al genio che nessuno vuole più e nel 1999 esce "Play": una gemma di melodie soul e blues in chiave elettronica. "Play" ha l'Anima e lo Stile, con la 'a' e la 's' maiuscole e in due anni Moby diventa una presenza totale e immanente del pop. Il tour del 1999 inizia davanti a 500 spettatori e finisce con platee ipnotizzate di 24mila persone; il disco viene saccheggiato dalla pubblicità e vende 8 milioni di copie.
Moby non è più il punk cristiano oltranzista dei primi anni Novanta, ma un uomo intelligente che ha trovato l'equilibrio nell'ironia e in una passione illimitata per la musica. Ama la fantascienza, i cani, i Simpson, i Massive Attack, i Radiohead, Kurt Cobain, le fonti di energia alternativa. Si è imborghesito? No: ha limato gli spigoli, ha smesso di urlare ed è arrivato alla 'cosa in sé', alla materia delle emozioni.
Nel 2002 arriva "18": maturo, profondo, illuminante. La perfetta conseguenza di "Play": gonfio di blues senza commiserazione, sa anche guardare ad un orizzonte più ampio. Moby suona tutti gli strumenti, canta in quattro canzoni e affida le altre a guest vocal di talento (Angie Stone su tutti). Il singolo "We're All Made Of Stars" sussulta di reminiscenze della dance anni Ottanta; nel video, il discendente di Melville in vesti d'astronauta atterra a Hollywood e guarda stupito la vita delle star (i musicisti Tommy Lee e Dave Navarro e la pornostar dei Seventies Ron Jeremy).
Celebrato con la magnificenza che merita "18" (in testa alle chart di ben 12 paesi europei) il piccolo Prometeo dell'elettronica compie un'altra piroetta: si chiude nel suo appartamento e scrive la bellezza di 250 canzoni. 14 di queste finiscono nel suo quinto album in studio "Hotel", prodotto dallo stesso Moby e da Brian Sperber tra gli Electric Lady e i Loho Studios di Manhattan: l'ex ragazzo del Connecticut rinuncia ai sample, suona tutti gli strumenti (tranne la batteria, dietro cui si siede Scott Frassetto), canta in dieci brani e ospita la voce di Laura Dawn. "Hotel", l'ennesima mutazione dermica, esce nel marzo 2005 anticipato dal singolo "Lift Me Up". Per tutte le altre Moby sta pensando a un disco punk rock, a uno di ballate e a chissà che altro.
E così, a dispetto della sua dichiarata avversione nei confronti dello scrivere per il cinema, compone le musiche originali del film "Southland Tales": a convincerlo è il regista Richard Kelly, autore del cult movie "Donnie Darko", di cui Moby si è perdutamente innamorato.
A inizio novembre 2006 arriva invece l'immancabile raccolta celebrativa: "Go, The Very Best Of Moby", questo il titolo del greatest hits, ripercorre attraverso 16 tracce tutti i successi planetari del genietto newyorchese. Ad anticiparne l'uscita il singolo "New York New York", nel quale Moby duetta con Debbie Harry, storica voce dei concittadini Blondie.