Nick Carter

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Nick Carter

Lo avete conosciuto come il quinto membro di una delle boyband più famose degli anni '90: con i Backstreet Boys lo vedevate ballare, cantare in falsetto e ammiccare dagli schermi televisivi con quel suo irresistibile ciuffo biondo e quella diabolica faccia d'angelo. Ma, all'indomani dell'entrata nel nuovo Millennio, Nick Carter ha deciso di fare la sua entrée come solista.
E la fa in rock'n'roll style.
Nato a Jamestown, Upstate New York, nel 1980, il nostro è abituato fin da piccolo a masticare musica, vista la passione del padre che fa il dj a tempo perso. Trasferitosi con tutta la famiglia a Orlando, Florida, dove 'il clima è migliore', conosce il successo quando passa l'audizione per entrare a far parte di un gruppo all-male, all-singing, all-dancing che costituisce la risposta d'Oltreoceano ai Take That. Insieme a Kevin, AJ, Howie e Brian (tutti suoi concittadini) di lì a poco diventa uno dei volti maschili più amati del pop. Si fanno chiamare Backstreet Boys e fin dagli esordi sfornano una hit dopo l'altra: “As Long As You Love Me”, “Everybody”, “Quit Playin' Games With My Heart”, “Larger Than Life”, “The One” fanno loro vendere milioni di dischi e li portano in giro per tutto il mondo, con tour di dimensioni colossali, coreografie hollywoodiane e un seguito di ragazzine urlanti.
Sono la formula perfetta (il bello, il moro tenebroso, il maledetto, il ragazzo della porta accanto, il tenero) per risanare le vendite di qualsiasi casa discografica in difficoltà, o – come in questo caso - portarne una relativamente sconosciuta e indipendente al successo planetario.
Dalla metà degli anni Novanta in poi, i cinque segnano l'inizio di un nuovo trend, che trova proprio nella loro label il maggiore propulsore e che riporta all'attenzione delle masse il pop di facile fruizione. Insieme a Britney Spears e agli *N Sync, rappresentano l'America globalizzante della Coca-Cola e della Pepsi, dei Burger King e dei McDonald's.
Se non fosse sufficiente, non sono soltanto belli senz'anima: Nick – giusto per fare un esempio – è talmente vicino alla causa ambientalista da dar vita alla Nick Carter's Ocean Campaign, volta a salvare gli oceani dall'inquinamento dilagante e in generale dalla minaccia rappresentata dall'uomo.
Sono il prodotto perfetto uscito dalla MTV Generation, i paladini di quel tipo di musica e frenesia popolare senza il quale un programma come TRL non avrebbe mai potuto esistere.
Ma, si sa, con il passare degli anni e il diventare adulti, le esigenze diventano diverse: i BSB, a distanza di quattro anni dal debutto e svariati MTV Awards più tardi, conoscono un punto d'arresto tra il 2000 e il 2001, quando AJ fa scandalo per la sua dipendenza da alcolismo mentre Kevin, Brian (precedentemente colpito da una grave malattia) e Howie cominciano a metter su famiglia.
Pur non annunciando la rottura della band, cominciano a manifestarsi le prime 'voglie' di carriera solista all'interno del quintetto. Ed è proprio Nick, il dolce biondo dagli occhi blu, a farsi avanti per staccarsi dalle armonie sdolcinatamente pop e finalmente darsi al genere di musica che ama di più: il rock.
Da sempre devoto fan di Bruce Springsteen, Bryan Adams, Bon Jovi, ma anche della fascia più alternativa come Soundgarden, Nirvana, Stone Temple Pilots e Pearl Jam, Carter inizia a pensare a un suo progetto solista nel periodo di break successivo al tour in Giappone con i Boys. Fa presenti le sue ambizioni alla Jive Records (con la quale aveva firmato un contratto da solista già a 18 anni, pur non avendolo mai messo in pratica) e ottiene carta bianca per cominciare a comporre materiale proprio.
Il primo frutto delle sue session in studio è “Do I Have To Cry For You”, un pezzo nato dalla collaborazione con KNS – il team di produttori Josh Schwartz e Brian Keirulf). Appena la sua label la ascolta, dimostra un entusiasmo stellare e dà il beneplacito per la continuazione delle incisioni dell'album. Il lavoro con KNS permette a Nick di scrivere per la prima volta e pare che ci provi gusto, visto che è anche il coautore di tracce come “Girls in the USA”, “I Stand for You”, “My Confession” e “Is It Saturday”.
La realizzazione di “Now Or Never” – questo il titolo dell'LP di debutto, che manifesta tutta la filosofia Carpe Diem di Nick – è avvenuta tra la Svezia (dove ha lavorato con Max Martin, già produttore di Britney, i BSB e Céline Dion), l'Inghilterra (che l'ha visto fianco a fianco con Guy Chambers, co-autore dei successi di Robbie Williams) e gli States (in cui si è sbizzarrito con The Matrix, Steve Mac, Matthew Gerrard e Teddy Riley dei Blackstreet). Il risultato è “un album molto personale”, come lo definisce il suo stesso autore, che affronta temi molto profondi pur usando sonorità pop-rock più scanzonate. È qualcosa che aveva “dentro da tempo”, e – brano dopo brano – si può ascoltare la storia di un giovane uomo, la sua vita, i suoi amori, la sua crescita, i suoi pensieri più profondi, le sue confusioni e le sue passioni.
È qui che finalmente Nick può dar libero sfogo al tipo di musica che ha informato la sua crescita, personale e professionale: il Jersey rock di Springsteen e Bon Jovi, il feelgood sound di Fleetwood Mac e Phil Collins.
Come lo descrive il suo stesso creatore, “Now Or Never” è “diverso, unico, selvaggio, ribelle e pieno d'amore”. Qualcosa che le folle possono toccare con mano nell'ottobre 2002, quando il disco - anticipato dal singolo “Help Me” – viene pubblicato su etichetta Jive.
La domanda è: permetterà a quel 60% di Nick che non abbiamo mai visto quando era con i Backstreet Boys, di uscire allo scoperto?