Ozzy Osbourne

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Ozzy Osbourne

Un pazzo, un semidio, uno psicotico, un mito, uno showman naturale: lui è Ozzy Osbourne, il Madman, il Mangiapipistrelli, il sommo sacerdote del Sabba Nero. Punto.
John Michael Osbourne nasce il 3 dicembre del 1948, a Birmigham. Brutto posto, per i miti e le leggende, la periferia della città industriale inglese: uno si aspetterebbe che i quartieri dormitorio, la fuliggine, la vita micragnosa e disperata uccidano ogni scintilla di genio. E invece.
A 15 anni John molla la scuola e fa vita da teppista, per la strada; finisce anche in carcere per furto, uguale a mille altri proletari bruciati. Di diverso e in più, rispetto al mediocre ribellismo degli adolescenti, lui ha una passione smisurata per la musica, un talento raro, anche se ancora crudo, e un carisma devastante. In un negozio di dischi conosce il chitarrista 'Geezer' Butler; insieme reclutano Bill Ward, batterista dei Mythology, e il chitarrista Anthony 'Tony' Iommi, anche lui nei Mythology. La band si chiama Polka Tulk (come un negozio di vestiti indiani), suona blues – controcorrente, nei psichedelici anni Sessanta - e sarebbe divertente sapere se, a questo punto, hanno il minimo sentore di quello che sarebbero diventati. Il gruppo, con il nuovo nome di Earth, suona in giro per tutta l'isola, forte anche dei fan ereditati dai Mythology.
Per un caso di omonimia si ribattezzano Black Sabbath; la svolta arriva grazie al coraggio della neonata etichetta Vertigo, che in soli tre giorni fa registrare a Ozzy e compagni l'album d'esordio. E qui inizia la leggenda che ha cambiato il volto al rock pesante: ma è un'altra storia. Dopo anni di melodie oscure e ossessive e album fondamentali come "Paranoid", il rapporto tra il cantante e i compagni si incrina. È il 1976: Ozzy è devastato dalla droga e dalla depressione. I Black Sabbath lo buttano fuori nel 1978, dopo "Never Say Die".
Sembra l'epitaffio sulla carriera fulminante di un demone del rock; a salvarlo dal suo inferno è l'amore – ironia della sorte? – di Sharon Arden, figlia del produttore dei Sabbath, che diventa sua moglie. Sotto il suo controllo Ozzy si rimette in piedi: forma i Blizzard Of Oz, insieme al geniale chitarrista Randy Rhoads (ex Quiet Riot), al bassista Bob Daisley (ex Rainbow) e al batterista Lee Kerslake (ex Uriah Heep). Il feeling nero e occulto rimane, ma Ozzy pratica un metal più leccato; la sua vera dimensione, quella che scatena la belva, resta il palco: Ozzy si trasforma, la voce esangue e di estensione angusta diventa il canto sulfureo dell'inferno. Croci rovesciate, gran guignol e satanismo (d'accatto): i suoi show sono autentici eventi horror. Il disco, che porta lo stesso nome della sua nuova band, ottiene un grande successo ed eleva ancora Ozzy al posto che gli spetta, nel cosmo dei grandi; "Diary Of A Madman" (con Tommy Aldridge e Rudy Sarzo al posto di Kerslake e Daisley) fa ancora meglio e intanto i Black Sabbath, senza il loro nume, ansimano. Arrivato al vertice, Ozzy è pronto nuovamente per precipitare.
Prima esplode l'accusa di crudeltà verso agli animali; intorno al misfatto (il celebre pipistrello decapitato a morsi durante uno spettacolo dal vivo nel 1982), stratificazioni di racconti e fantasie hanno dato vita negli anni ad una vera leggenda metropolitana. Pare che l'animale, lanciato sul palco da un fan, fosse vero (ma Ozzy, anni dopo, avrebbe smentito); lo spettacolo viene interrotto per portare Ozzy all'ospedale a farsi vaccinare contro il tetano. Poi viene la vera tragedia: la morte in un incidente aereo di Randy Rhodes, sempre nel 1982; al suo posto nella band subentra Brad Gillis, ma il trauma per Ozzy, legatissimo a Randy, è una ferita che non si rimargina.
Gli anni che seguono oscillano tra esaltazione e crisi umane e artistiche; escono "Talk Of The Devil" (live, 1982), "Bark At The Moon" (1983), "The Ultimate Sin" (1986), "No Rest For The Wicked" (1989). La formazione della band è instabile; a fare da spalla a Ozzy si alternano Daisley, il chitarrista Jake E. Lee, il portentoso batterista Carmine Appice (poi sostituito da Randy Castillo), il bassista Phil Soussan. Tra i molti, quello capace di lasciare un'impronta decisiva nel sound del gruppo è Zakk Wylde, giovane talento della sei corde e compositore di pregio. Ma gli anni Ottanta finiscono male, e il decennio che segue inizia anche peggio: Ozzy, in America, viene citato in causa per istigazione al suicidio (ne esce pulito), poi nel 1990, durante una crisi epilettica, tenta di strangolare Sharon. È la goccia che fa traboccare il vaso: Ozzy decide di disintossicarsi da alcol e droghe e di riprendersi la sua vita. Vinta, almeno in parte, questa battaglia, il fondatore dei Sabbath torna alla sua prima creatura e insieme battono i palchi di mezzo mondo per una tournée che rinsalda la leggenda. Poi le strade di Ozzy e della band si separano di nuovo.
"No More Tears", che esce nel 1991 e rappresenta uno dei punti più alti della carriera di Ozzy (con tanto di Grammy per la miglior canzone metal, "I Don't Wanna Change the World"), segna la decisione di ritirarsi dal mondo della musica, per dedicarsi di più alla famiglia (strano?); il tour che segue è annunciato come l'ultimo. Il doppio "Live And Loud" del 1993 sembra il canto del cigno, l'omaggio postumo ad una carriera irripetibile, ma ormai atrofizzata.
Bene: mai credere al Madman. Passano due anni e Ozzy torna alla grande con "Ozzmosis" che, se non fa sobbalzare la critica (i tempi d'oro sono lontani), lo rilancia come guru del metal e vende 3 milioni di copie. Il tour che accompagna il disco è un successo enorme, tanto che all'ex Sabbath viene in mente di mettere in piedi l'evento live itinerante ribattezzato Ozzfest: in breve, lo show diventa un appuntamento must per i cultori della musica estrema e il palco della consacrazione per le band che bazzicano quei territori sonori. Nel 1996 i concerti sono solo due, ma bastano per distillarne l'album "The Ozzfest"; l'edizione 1997 schiera calibri da 90, come Pantera e Marylin Manson, oltre alla formazione storica dei Black Sabbath quasi al gran completo (manca Billy Ward, per i cronici problemi di cuore). Il disco che celebra l'evento si chiama "The Ozzman Cometh" e un anno dopo la magia si ripete: i Sabbath (stavolta davvero nella formazione originale) incantano ancora le platee con la loro nenia oscura e registrano un live album; nello stesso anno fanno impazzire anche il pubblico italiano con una esibizione indimenticabile al Gods Of Metal. Ancora loro sono headliner nell'Ozzfest del 1999: ormai Ozzy è tornato ad essere la superstar del metal, una leggenda vivente, un fenomeno mediatico e di costume, tanto che viene prodotta una sua action figure con annessi pipistrelli decapitati.
A consacrare la resurrezione di Ozzy, manca solo un nuovo disco solista, sul quale il Madman si mette al lavoro insieme a Wylde, Mike Bordin (ex Faith No More) e Robert Trujillo (ex Suicidal Tendencies/Infectious Groove). Nel 2001 si mormora addirittura di un nuovo album dei Sabbath, ma la Epic Records frena gli entusiasmi e impone a Ozzy di dare una stretta al suo lavoro solista; per tenere a cuccia i fan in fibrillazione, viene pubblicato il doppio "Ozzfest: Second Stage Live".
2001: a sei anni dal disco che gli ha ridato la vita, Ozzy pubblica "Down To Earth", che non dice niente di nuovo, ma conferma l'immenso carisma del metal man più delirante della terra. I tipi di MTV colgono il quid del fenomeno-Ozzy e lanciano il programma The Osbournes: geniale, esilarante sit-com in stile Grande Fratello. Il trucco è semplice: piazzate delle telecamere in casa Osbourne e avrete uno spettacolo schizzatamente incendiario. Il successo della famiglia è enorme: l'America impazzisce per loro e Ozzy, papà fattone dall'ironia abrasiva, diventa ancora più star, tanto da ricevere anche un invito ad una cena alla Casa Bianca. Nel 2002 Gli Osbourne sbarcano anche su MTV Italia, destinati a diventare un cult anche da questa parte dell'Oceano.
Il Diavolo ha sette vite, ma forse anche qualcuna in più.