Ray Charles

Ray Charles
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  • Il papà della soul music. Genio, mostro sacro, talento allo stato puro: nessun superlativo è stato risparmiato [... altro]

Il papà della soul music.
Genio, mostro sacro, talento allo stato puro: nessun superlativo è stato risparmiato per descrivere Ray Charles, cantante, pianista, compositore. Ebbene: le lodi se le è meritate tutte, perché senza di lui il soul non sarebbe mai diventato quello che è.
È vero, infatti, che cantanti come Sam Cooke e Jackie Wilson fanno la loro parte, contribuendo non poco alla nascita del genere. È anche vero, però, che il grosso del lavoro lo porta avanti Ray Charles. Come? Mescolando.
La sua ricetta musicale funziona più o meno così: si prende l'r&b degli anni '50 e lo si utilizza come punto di partenza. Poi si aggiungono forti influenze gospel nelle linee vocali. Infine si gestiscono sound e arrangiamenti mescolando spunti jazz, blues e (negli anni Sessanta) country. Naturalmente, una certa dose di genio fa la differenza fra un'accozzaglia di influenze e un genere originale e autonomo. E di genio Ray Charles ne ha da vendere.
Anche perché la sua carriera non è certo una passeggiata.
Comincia tutto il 23 settembre del 1930, ad Albany (Georgia), nel sud segregazionista e razzista degli Stati Uniti. Primogenito di Aretha e Baily Robinson, Ray Charles Robinson ha già dall'inizio un paio di problemi, visti i tempi che corrono. Problema #1: è nero. Problema #2: è povero, e se considerate che sono gli anni della Grande Depressione la cosa è decisamente drammatica: "Non avevamo nulla – racconterà anni più tardi – persino confrontati con altri neri: eravamo proprio sul fondo del fondo, con tutti gli altri più in alto e sotto di noi soltanto l'asfalto".
Come se tutto questo non bastasse, all'età di 6 anni un glaucoma lo rende completamente cieco.
Per regalargli una possibilità ci vuole un atto caritatevole della St. Augustine School for the Deaf and the Blind, che lo accetta fra i suoi studenti nonostante l'estrema povertà. Qui impara a leggere il Braille, a scrivere, riceve un'istruzione; soprattutto ha la possibilità di assecondare l'innato talento musicale, studiando composizione e imparando a suonare diversi strumenti musicali.
La fine degli anni dedicati allo studio corrisponde con la morte dei suoi genitori: Ray Charles è ancora un adolescente, ma la sua casa diventa nuovamente la strada. Solo che questa volta ha una professionalità da far valere: per un po' di tempo gira la Florida in lungo e in largo, suonando dove capita e senza andare troppo per il sottile, che l'importante è mettere in tasca quattro soldi. E mentre si guadagna da vivere, pian piano affina uno spettacolo solista in cui propone uno stile fortemente debitore al sound di Nat 'King' Cole.
Quando sente di essere pronto raccoglie tutti i risparmi e chiede a un amico di prendere la cartina degli Stati Uniti e identificare il punto più lontano dalla Florida. Quel punto è Seattle, la città in cui la sua carriera svolta alla grande.
Ray Charles sbarca a Seattle nel 1947. Qui succedono 3 cose importanti. La prima è che diventa una piccola celebrità dei club cittadini; la seconda è che conosce un altro giovanissimo musicista destinato a grandi cose, Quincy Jones; la terza è che incontra Gossady McGee e con lui forma il McSon Trio, il primo gruppo di afroamericani ad avere uno spettacolo televisivo ufficiale.
Le prime sessioni in una sala d'incisione professionale non tardano ad arrivare e nel 1951 il brano r&b "Baby, Let Me Hold Your Hand" diventa la sua prima incursione nella top10.
Nel corso dei primi anni Cinquanta il suo sound evolve molto rapidamente, grazie anche alla collaborazione con Lowell Fulson, con Ruth Brown e alla puntatina a New Orleans per lavorare con Guitar Slim (suoi sono il pianoforte e gli arrangiamenti di "The Things That I Used To Do", grosso successo r&b di Slim). È in questo periodo, fra l'altro, che il successo di 'Sugar' Ray Robinson lo convince a presentarsi solo come Ray Charles (e non Ray Charles Robinson).
Nel frattempo, il contratto con Atlantic Records gli concede lo spazio giusto per portare a maturazione tutta l'esperienza fatta: la svolta avviene nel 1955, quando il brano "I Got A Woman" inaugura ufficialmente il suo inconfondibile stile, un r&b fatto di vocalità gospel e arrangiamenti con forti tinte blues e jazz.
"I Got A Woman" raggiunge la seconda posizione in classifica e apre la strada a una lunga serie di successi: Ray Charles è ormai un eccellente pianista, un raffinato arrangiatore e un cantante dallo stile inconfondibile. La sua musica nessuno la chiama ancora soul, però tutti la ascoltano e prendono atto che qualcosa di nuovo sta nascendo.
Brani come "This Little Girl Of Mine", "Drown In My Own Tears", "Hallelujah I Love Her So", "Lonely Avenue" e "The Right Time" lo trasformano in una celebrità nel giro r&b. Con il singolo "What'd I Say" sfonda anche nel mondo del pop, entrando in top10 e conquistando nuove schiere di ammiratori.
"What'd I Say" è anche uno degli ultimi singoli incisi per Atlantic Records: gli anni Sessanta si aprono infatti con il passaggio all'etichetta ABC, che gli offre una libertà artistica mai vista prima.
Forte di un controllo quasi assoluto sulla sua musica, Ray Charles ci mette giusto un paio d'anni a dare una nuova svolta alla sua carriera. La prima mossa è quella di consolidare il successo presso il pubblico pop grazie a brani come "Unchain My Heart" e "Hit The Road Jack". La seconda mossa è quella di spalancare la porta alle influenze country: il singolo "I Can't Stop Loving You" sorprende fan e addetti ai lavori, ma raggiunge comunque la vetta delle classifiche e trascina le vendite dell'album "Modern Sounds In Country And Western Music" (1962).
Da questo momento in avanti Ray Charles gode di un'enorme popolarità e sforna successi di tutto rispetto, brani come "Busted", "You Are My Sunshine", "Take These Chains From My Heart", "Crying Time" e "Let's Go Get Stoned". I problemi con la droga, che cominciano ad assillarlo e lo costringono prendersi alcune pause forzate, non sembrano capaci di intaccare la sua fama.
Nel 1966 Thomas Thompson così lo descrive per conto della rivista Life: "È il miglior cantante blues in circolazione? Certo che lo è, ma fermarsi qui non ha senso. È anche uno straordinario cantante jazz, gospel, country. Ha raccolto influenze da ognuno di questi territori musicali e li ha trasformati in un fiume che lui e solo lui è in grado di navigare".
Insomma, dal punto di vista musicale Ray Charles è diventato un'istituzione, nessuno si azzarda a negarlo. Ed è proprio per questo che il suo crescente impegno in favore dei diritti civili assume grande importanza, soprattutto a partire da quando sceglie di sostenere moralmente e finanziariamente il reverendo Martin Luther King.
Sembra assurdo, ma la molla che lo spinge ad appoggiare King è un concerto dalle parti di Augusta (Georgia): il promoter vuole che in teatro i posti in platea siano riservati ai bianchi, quelli in balconata ai neri. All'inizio Ray ci ride sopra, perché anche lui è nero. Poi si impunta: niente segregazione, dice, altrimenti non suono.
La segregazione rimane, Ray tira il pacco, il promoter gli fa causa e vince. La lotta per i diritti civili diventa una sua priorità: "Dissi a Martin – ricorderà più tardi – che non avrei saputo come muovermi quando nel corso di una manifestazione mi avrebbero tirato in testa bottiglie rotte". Insomma: la scelta naturale è in favore dell'appoggio dalle retrovie.
L'impegno politico non allenta quello musicale, anche se alcuni fan rimangono delusi dal suo progressivo avvicinarsi al pop, trascurando l'influenza rock e soul. Nonostante questo, ogni nuovo album suscita grande attenzione: Ray Charles è ormai un mostro sacro e influenza in modo sensibile gente del calibro di Joe Cocker, Steve Winwood e Van Morrison.
Nel corso degli anni '80 e '90 la sua produzione in studio diminuisce, ma non il suo fascino come performer dal vivo. La sua enorme autorevolezza viene dimostrata ancora una volta nel corso del 2003, quando dà il via a un progetto che pochi si possono permettere: un album di duetti con star come B.B. King, Willie Nelson, Norah Jones e James Taylor. Nonostante i crescenti problemi fisici il disco viene completato ed esce l'anno successivo col titolo "Genius Loves Company". Quello che non vede la fine, invece, è il tour seguente, che a marzo del 2004 viene interrotto. Tre mesi dopo, il 10 giugno 2004, Ray Charles muore nella sua casa di Beverly Hills.
"Io e la musica siamo lo stesso sangue e la stessa carne – aveva detto – se volete che faccia a meno di lei non c'è altra possibilità che rimuoverla chirurgicamente". Ha suonato e cantato fino alla fine: questo dimostra che aveva ragione. Altrettanto fanno gli 8 Grammy Award vinti postumi da "Genius Loves Company" (febbraio 2005).