Rickie Lee Jones

Rickie Lee Jones

Imprevedibile, mercuriale, refrattaria ai compromessi: Rickie Lee Jones conosce il successo, ma – trascinata da uno spirito creativo che non sopporta steccati e pastoie – non si sente mai appagata, rifiuta di acquietarsi. E seglie per sé il destino di eroina cult.
Nasce l'8 novembre del 1954 a Chicago da Richard Loris Jones e Betty Jane Jones; il padre è un artista girovago che arrotonda facendo il cameriere e il giardiniere. Rickie Lee cresce senza fissa dimora, seguendo i suoi (che si separano e vivono in posti diversi) nei loro spostamenti continui tra Phoenix, Chicago, Los Angeles, Olympia (nello stato di Washington), dove un'espulsione tronca la sua carriera scolastica. Ancora adolescente, solitaria e immersa in un mondo di fantasie, affonda nell'alcol, lascia la casa di famiglia e vive randagia su e giù per la Costa Ovest, fino a quando si stabilisce a Los Angeles a metà degli anni Settanta.
Qui, tra un turno da cameriera e l'altro, comincia ad esibirsi nei club declamando e cantando i suoi monologhi ispirati all'epopea beat. Incontra Tom Waits e i due iniziano una relazione. Il primo riscontro del talento di Jones giunge quando il suo amico Ivan Ulz canta "Easy Money" (da lei scritta) al telefono a Lowell George, ex-frontman dei Little Feat, che inserisce il pezzo nel suo disco "Thanks I'll Eat It Here".
Nel 1978 un demo finisce nelle mani di Lenny Waronker della Warner Brothers; cooptato Russ Titleman come co-produttore, nel 1979 Jones incide il suo omonimo disco di debutto. Il singolo "Chuck E's In Love" riscuote un grande successo e l'artista di colpo diventa un fenomeno commerciale e di critica (vince il Grammy come miglior esordiente), grazie alla sue voce duttile, al talento lirico espresso nei testi, alla fusione singolare di folk, jazz e r'n'b. Jones vive libera, scostante, fuori dalla mandria delle esistenze comuni, fa tendenza con il suo look, il suo stile, le sue frequentazioni (oltre a Tom Waits, anche Chuck E. Weiss).
Nel 1981 torna con "Pirates", un album più complesso, profondo e oscuro del predecessore a riprova che lei non ha intenzione di accontentarsi. La sua voce non dice soltanto, è strumento musicale essa stessa. Due anni dopo esce l'EP "Girl At Her Volcano", comprendente standard jazz dal vivo e outtakes da studio. "The Magazine" (1984), composto insieme a James Newton Howard, è un'altra svolta, verso campionamenti e suoni sintetici, una suite-viaggio cruda e raffinata.
Poi, problemi economici, ricadute nell'alcol e la nascita della figlia Charlotte Rose allontanano Jones dalle scene fino al 1989, quando torna con "Flying Cowboys", prodotto da Walter Becker degli Steely Dan e registrato con il supporto del trio scozzese Blue Nile. Il tour mondiale che la riconsegna ai fan è un successo.
In "Pop Pop" del 1991 (produzione di Don Was) Jones rilegge ballate che svariano dalla Tin Pan Alley a Haight-Ashbury (il quartiere della summer of love), accompagnata da musicisti jazz come Charlie Haden e Joe Handerson. A "Traffic From Paradise" (1993, in coppia con il chitarrista Leo Kottke) segue un tour acustico, testimoniato nel 1995 da "Naked Songs".
Jones è tornata in piena attività (con i suoi discontinui tempi da artista): pubblica "Ghostyhead" nel 1997, uno dei suoi album più coraggiosi e riusciti, e l'album di cover "It's Like This" nel 2000. Nel 2001 è isignita del premio Tenco e fa uscire "Live At Red Rocks". Il 2002 è segnato da un'antologia in tre CD e dalla ristampa di "Ghostyhead". Finalmente, nel 2003 si accasa presso la V2 di Richard Branson e pubblica dopo ben sei anni un disco di inediti, "The Evening Of My Best Day", una sorta di militante ritorno alle origini.