Robyn Hitchcock

Robyn Hitchcock

Il cantautore psichedelico dalla classe innata.
Robyn Hitchcock è certamente il più longevo esponente della scena neo-psichedelica germogliata in controtendenza all'esplosione del punk, e maturata poi in parallelo alla new wave: a quasi trent'anni dai suoi esordi continua a sfornare raccolte di canzoni di ottimo livello, senza aver mai spostato il baricentro del suo songwriting da un intreccio misurato di classico pop inglese e derive barrettiane. Il debutto del chitarrista di Cambridge avviene in seno alla formazione dei Soft Boys, nella seconda metà degli anni settanta. La formula del songbook di Hitchcock è semplice da sintetizzare: i Pink Floyd più lisergici e devianti da un lato, quelli di canzoni presto cadute nel dimenticatoio come “See Emily Play”. I Velvet Underground più ispidi e reiterativi (quelli di “White Light/White Heat” ) dall'altro. Il capolavoro dei Soft Boys arriva dopo due dischi ancora acerbi, e viene tutt'ora considerato come un diamante grezzo del rinnovato folk psichedelico. Si tratta di “Underwater Moonlight”, lavoro editato nel 1980, e fortemente segnato dal doppio impatto delle chitarre taglienti di Robyn e Kimberley Rew. Sembra l'inizio di una grande avventura, e invece è un canto del cigno. La band rompe le fila poco dopo, nel 1981, nell'indifferenza generale.
A pochissimi mesi di distanza dallo scioglimento, Robyn fa il suo esordio solista. Gli ingredienti del sound non mutano granché: le canzoni oscillano tra pennate elettriche alla “Byrds” e spartani arrangiamenti acustici che ricordano da vicino il Barrett solista, quello stralunato e prossimo ormai alla follia di “Baby Lemonade” e dell'album “Madcap Laughs”. Le altre influenze ascrivibili a Hitchcock sono il rural folk americano, riletto alla luce dell'esperienza del Dylan del Newport Folk festival del 1965 e l'amore per la scena californiana della fine degli anni sessanta: ballatone sporcate di distorsione, rickenbacker a profusione.
Storico è il primo singolo vergato senza Kymberley Rew: il numero alla Ray Davies di “Man Who Invented Himself”. A ruota arriva l'album “Black Snake Diamond” (1981), che rappresenta uno dei momenti più sperimentali e nervosi della sua carriera. Da quel momento in poi i lavori sulla lunga distanza piovono come manna, e gli stili si succedono a velocità impressionante. La sua prolificità ha pochi paragoni possibili. Nel 1982 arriva “Groovy Decay”, che segna una repentina quanto estemporanea svolta commerciale. Nei solchi trova spazio per la prima (e ultima volta) qualche ritmo dance. In questo momento il lavoro di Robyn è peraltro allineato alla scuola pop psichedelica di Liverpool, capitanata dai Teadrdrop Explodes di Julian Cope. Il punto di contatto più evidente è la canzone “52 Stations”, deragliante progressione melodica che individua una insospettata vocazione alla creazione di potenziali singoli radiofonici.
Dopo essersi affannata in una miriade di side-project e opere su commissione, Robyn torna nel 1984 con un album che rappresenta una cesura stordente col precedente. Si tratta di quello che viene considerato ancora oggi il suo capolavoro e uno dei dischi sotterranei più amati degli anni ottanta, “I Often Dream Of Trains”, l'opera che Barrett non ha avuto il tempo di fare: nelle tracce si succedono due notturni neoromantici per pianoforte, stridenti pezzi a cappella, gospel dai testi ironici e irriverenti, ballate dissonanti e cupe successioni di accordi in minore. Il tutto rigorosamente unplugged: anche in questo Robyn è uno straordinario innovatore, e va oltre le intuizioni della swingin'London di Terry Callier, John Martyn e Nick Drake, rileggendo quell'epoca folksy in chiave post-punk.
Il successivo “Fegmania” segna l'ennesima svolta nel 1985. Hitchcock è infatti accompagnato da The Egyptians, praticamente la vecchia line up dei Soft Boys senza Rew. Il sound diventa molto più tagliente e rockeggiante. Il disco contiene il pezzo migliore dell'intera produzione del menestrello di Cambridge, “Heaven”, ma anche strane sperimentazioni ritmiche di sapore tropicale, che la dicono lunga sulla vastità degli interessi musicali del nostro. Poi è la volta delle atmosfere spesse, con curiose derive da un lato swinganti e dall'altro hard rock, di “Elements Of Light” (1986), con la wave scabrosa di “If I Were A Priest” e la psichedelia hard boiled di “Raymond Chandler Evening”.
Nel 1988 vede la luce di “Globe Of Frogs”, in cui si concretizza la collaborazione alle chitarre di Peter Buck dei REM. Ovviamente le rickenbacker e il tipico jingle jangle west coast hanno il sopravvento: è uno degli album più “americani” degli Egyptians, E quello che contiene la sequenza di pezzi più tirati, come se si trattasse di un recupero del vecchio stile dei Soft Boys. Lavoro doppiato l'anno seguente da “Queen Elvis”, in cui spicca la melodicissima “Madonna Of Rhe Wasps”. Di qui in poi, pur mantenendo altissimo lo standard del suo songwriting, Hitchcok tende a ripetersi. I suoi album hanno spesso richiami tra di loro, a volte sottili, a volte più evidenti. Come nel caso di “Eye”(1990), che sostanzialmente è il sequel di I Often Dream Of Trains, e che pure resta indimenticabile per la tripletta di “Queen Elvis” , “Satellite” e “Acquarium”. Della produzione degli anni novanta, più anonima, il lavoro migliore è “Jewels For Sophia” (1999), a cui partecipa anche Grant Lee Philips. Ma la vena allucinata della sua scrittura sfocia inesorabilmente nella routine: dove invece Robyn ritrova il passo giusto è nelle esibizioni live, spesso in solitaria, in virtù della sua straordinaria tecnica, che gli permette di fare da solista e accompagnarsi nello stesso tempo, ricorrendo anche alla desueta dodici corde. Alcuni concerti vengono immortalati nel film-tributo “Storefront Hitchcock”, con cui il regista Jonathan Demme lo fa infine conoscere al grande pubblico: meglio tardi che mai.