Rush

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Rush

Album seminali, tecnica sopraffina, ispirazione forse altalenante, ma capace di spunti preziosi: l'epopea dei Rush - una carriera lunga decenni - ha segnato con il fuoco l'evoluzione dell'heavy rock progressivo. Materiale poco attraente per il mainstream, che campa di singoli radiofonici, e spesso anche per la critica (solo quella di genere ha saputo riconoscere i meriti del trio), ma di fascino enorme per un vastissimo seguito di fan.
I Rush nascono nel 1968 a Toronto, in Canada, composti inizialmente dal chitarrista Alex Lifeson (all'anagrafe Alexander Zivojinovich, nato il 27 agosto 1953), dal cantante/bassista Geddy Lee (ossia Gary Lee Weinrib, 29 luglio 1953) e dal batterista John Rutsey. Nei suoi primi anni di vita il trio, fortemente influenzato dai Cream, si esibisce nel circuito dei club della città; nel 1973 pubblica il singolo "Not Fade Away" (cover di Buddy Holly) per la sua stessa Moon Records.
Al tempo dell'omonimo LP di debutto, prodotto da Terry 'Broon' Brown (che sarà collaboratore imprescindibile fino al 1984), Rutsey esce dal trio e viene sostituito dal formidabile Neil Peart, che diventa il compositore principe della band e l'autore dei testi cerebrali e fantascientifici. Comunque, "Rush" riesce nell'intento di far notare i suoi creatori, che suonano di spalla a New York Dolls e ZZ Top e vengono messi sotto contratto dalla Mercury Records.
Nel 1975 i dischi dei Rush sono addirittura due: "Fly By Night" e "Caress Of Steel", ma è con la straordinaria visione futuristica di "2112" (1976), concept-album ispirato all'opera di Ayn Rand, che i Rush danno piena forma alle proprie potenzialità, individuando uno stile (suite elaborate – il primo pezzo occupa tutti i 20 minuti del vinile, voce su tonalità alte, chitarra poderosa e articolata) che rimarrà quasi costante negli anni a seguire. Certo, parte della critica accusa i Rush di pretenziosità, ma il disco rasenta il capolavoro e conquista il pubblico.
"A Farewell To The Kings" esce nel 1977, seguito un anno dopo da "Hemispheres". I Rush a questo punto sono un autentico fenomeno, tanto che il Governo Canadese li insignisce del titolo di Ambasciatori della Musica.
"Permanent Waves" (1980) segna il passaggio a canzoni più incisive, come dimostra il fortunato singolo "The Spirit Of Radio"; "Moving Pictures" (1981) conferma che la strada percorsa è quella giusta, tanto che il singolo "Tom Sawyer" diventa il pezzo più noto dei Rush. Gli anni Ottanta, inaugurati con tanta fortuna, sono clamorosi: i concerti della band attirano folle sterminate, gli album ("Signals" del 1982, "Grace Under Pressure" del 1984 e "Power Windows" del 1985) piazzano milioni di copie, pur marcando il (criticato, da alcuni) tentativo del combo di reinventarsi artefici di musica sofisticata e cerebrale, valicando i confini del genere heavy.
Il fascino live dei Rush non conosce cedimenti, ma curiosamente, proprio quando sono all'apice della gloria, vanno in flessione: "Hold Your Fire" del 1987 e "Presto" del 1989 sono sì dischi di gran qualità, che però si limitano a ripetere la classica formula, inscialbita da tastiera e sintetizzatori. Un rapido esame di coscienza evidenzia le pecche degli ultimi due dischi e spinge i Rush a recuperare la forza d'urto che esplodeva nei primi album e a enfatizzare la chitarra epica di Lifeson: "Roll The Bones" (1991) e "Counterparts" (1993) riporta il trio ai fasti (anche di classifica) che gli competono.
Estranea al cliché drogasessorock'n'roll e restia a far parlare di sé se non attraverso la musica, la band scandisce gli anni Novanta solo con le sue nuove pubblicazioni. Nel 1994 i tre si prendono la prima pausa dai Rush della loro carriera, dedicandosi ad altro (come i Victory, progetto parallelo di Lifeson). Nel 1996 esce "Test For Echoe", seguito nel 1998 dal live "Different Stages". Intanto, due tragedie personali colpiscono Peart, che perde prima la figlia e poi la moglie: il processo per assorbire il trauma è faticoso e doloroso e i Rush sono costretti ad entrare in stasi per un lungo periodo.
Nel 2000 Geddy Lee incide "My Favorite Headache" con il suo progetto solista. Cominciano a circolare voci sul possibile ritorno in studio dei Rush; il mormorio speranzoso diventa certezza quando, dopo le prime conferme all'inizio del 2002, in primavera esce "Vapor Trails": il disco numero 17 del gruppo, uno dei più potenti degli ultimi anni. Nel 2003 viene pubblicato lo spettacolare live "Rush In Rio".