Screaming Trees

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Screaming Trees

I profeti del grunge. Il rock degli Screaming Trees ripropose a distanza di quasi vent'anni il prototipo alla Blue Cheer di un robusto hard blues iniettato di garage psichedelico, e rappresenta in maniera ideale le spinte più sperimentali dell'alternative rock statunitense a metà degli anni Ottanta.
La band in realtà si formA nel 1985 a Ellensburg, cittadino dello stato di Washington, tipico punto sulla cartina e poco più. Gary Lee Conner, chitarrista innamorato del folk rock psichedelico degli anni Sessanta, incontra il vocalist Mark Lanegan, innamorato di suoni hard, ma dotato di un estensione e di un timbro che per molti versi ricordano il Jim Morrison maturo.
I primi esercizi stilistici della band vedono la luce sulla label indipendente di riferimento in quegli anni: la SST, per la quale incidono anche i Dinosaur Jr di J Mascis: una sorta di grande laboratorio di recupero delle sonorità e della cultura sixties, e della sua ricontestualizzazione nella plumbea realtà post-industriale del grande Nord della confederazione: frustrazioni giovanili, droghe pesanti, suoni slabbrati e primitivi.
L'esordio è con l'Ep “Other Worlds”(1985), che viene pubblicato la prima volta per un'etichetta ancora più oscura, la Velvetone, per poi essere rieditato da SST. Elementi da vero e proprio recupero filologico dell'età dell'oro del nuggets rock, a partire dall'andamento lisergico, dalle tastiere profonde e bluesy, dall'insistita ricerca della melodia, si combinano a un rifferama chitarristico tagliente, in maniera analoga delle prime produzioni dei terroristici sonici Flaming Lips. Le canzoni non rinunciano a macroscopici echi beat e a inconfondibili profumi west coast.
Questi elementi vengono precisati nel successivo “Even If And Expecially When”. La produzione rimane scarna e basica, e spesso mira alla costruzione artigianale di un wall of sound su cui far galleggiare la melodia. Il songwriting si arricchisce di ballate acide, come “Cold Rain” e "Transfiguration".
Siamo nel 1987: si assiste in quell'anno a un vero ricambio generazionale nell'ambito dell'alternative rock statunitense. Gli Hüsker Dü si sciolgono, Meat Puppets e Sonic Youth sono al culmine della loro parabola ascendente, nascono combi allora oscuri come Afghan Whigs, Smashing Pumpkins e Mercury Rev. La svolta è evidente: si assiste a un grande ritorno della melodia pop, pur se sepolta sotto torrioni di riff grondanti da chitarre perennemente in distorsione. Lanegan e compagni non fanno certo eccezione. E lo confermano già l'anno successivo con il più complesso e sfaccettato “Invisible Lantern” (1988), in cui si staglia la gemma armonica di “Comes Creeping”; ma nell'album trova spazio anche la violenza di cavalcate soniche come “Ivy”.
Proprio quando gli Screaming Trees sembrano sul punto di evolvere in maniera ulteriormente melodica il loro suono, seguendo la stessa traiettoria artistica dei già citati Mercury Rev e Flaming Lips, l'esplosione della scena grunge, con band come Green River, Mother Love Bone e Soundgarden, che gettano un ponte tra punk'n'roll e grezzo hard'n'heavy anni Settanta, impone a Lanegan e soci un cambiamento di rotta. “Buzz Factory” (1989) segna una semplificazione della struttura delle canzoni, e un taglio molto più diretto e d'impatto. Pezzi come “Subtle Poison” e “End Of The Universe” illustrano bene il nuovo corso. Niente più flowerpop, volumi degli ampli a palla e un sound che sembra fatto apposta per essere riprodotto in fragorosi live show. L'album schiude alla band il mercato, e gli anni Ottanta si concludono per gli Screaming Trees con il passaggio a una major.
Il lavoro successivo, “Uncle Anestesia” (1991) esce infatti per Epic, e punta in maniera decisiva a creare maggior enfasi intorno al cantato evocativo e mesmerico di Lanegan. Il muro di chitarre passa in secondo piano. In consonanza con il pessimismo post-industriale di Alice In Chains e Melvins, anche gli Screaming Trees rallentano i loro pezzi, dando luogo a torch song scartavetrate e scheletriche: ballate elettro-acustiche in cui per la prima volta risultano sensibili i limiti di inventiva di Gary Lee Conner alla chitarra. Le soluzioni armoniche sono monotone e le sorti del gruppo sono appese alle performance vocali di Mark. La posta in gioco viene alzata l'anno successivo, con “Sweet Oblivion”. Al martellante doom sottotraccia, nient'altro che l'esasperazione in slow-mo di un boogie primordiale, si sostituisce un sound più stratificato, figlio di una produzione più attenta e professionale. Il disco è una sorta di tributo al grande rock dei seventies, in cui ricorrono echi di Cream, Black Widow e Blind Faith. Lanegan svetta nelle dolenti interpretazioni di “Shadow Of The Season” e “No One Knows”.
Intanto gli screzi nel gruppo si fanno feroci, e fioccano i side-project, che sottraggono energia alla formazione-madre, e spesso superano nell'esito artistico la stessa produzione degli Screaming Trees. In particolare, Lanegan incide due album di ballads notturne e malate per la Subpop, la label regina del grunge. Il secondo dei due, “Whiskey For The Holy Ghost” (1993), ottiene trionfali riscontri di musica e pubblico, allargando la frattura tra il frontman e Conner, che intanto lavora coi suoi Mystery Lane. A sorpresa, la band torna a forgiare un lavoro compatto e riuscito nel 1996, con “Dust”. Ma è il canto del cigno. Per una volta vince ancora la coesione, anche in virtù a inediti arrangiamenti orchestrali, inscenati in tracks come “Sworn And Broken”. Poi ognuno va per la sua strada: Lanegan imbocca la via del successo, diventando l'anima nera del rock post-stoner e il vocalist di Queen Of TheStone Age; Conner quella dell'oblio, scomparendo di fatto dalle scene. E degli alberi urlanti non si è saputo più nulla.