Solomon Burke

Solomon Burke

"Niente da fare: il più grande cantante soul di tutti i tempi è Solomon Burke". Parola di Jerry Wexler, leggendario produttore r&b, considerato da molti la quintessenza del businessman musicale. E se lo dice lui&
Solomon Burke ha fatto la differenza nella storia della musical soul: è stato uno dei pionieri più importanti del genere e nel corso degli anni è diventato talmente grande da entrare nella Rock & Roll Hall of Fame (2001) e da guadagnarsi un paio di soprannomi di quelli che già dicono tutto. Il primo: Re del rock 'n' soul. Il secondo: Vescovo del soul.
Come si fa ad arrivare a tanto? La ricetta non è facile. Nel suo caso comincia tutto durante gli anni Sessanta, quando gli album prodotti da Atlantic Records sperimentano l'unione fra le melodie r&b e le più diverse influenze country e gospel. Il risultato è una struttura melodica complessa, caratterizzata da sofisticati arrangiamenti e soprattutto da un sound tutto nuovo: è la base su cui il soul muove i suoi primi passi.
Ora: è vero che Solomon Burke non è stato l'unico a percorrere questa strada. È vero però che pochi l'hanno fatto con la sua stessa efficacia. Non è un caso che proprio lui, insieme con altri due mostri sacri come Otis Redding e Wilson Pickett, abbia esercitato un'importante influenza sui Rolling Stones, che nei loro primi album hanno realizzato cover dei suoi brani "Cry To Me" ed "Everybody Needs Somebody To Love".
Cominciamo dall'inizio, allora, e cioè da quando il piccolo Solomon sgambetta fra le panche della chiesa fondata in suo onore dalla nonna: è la seconda metà degli anni Trenta (è nato il 21 marzo 1936, a Filadelfia). E siccome il piccoletto ha parecchi numeri, prima ancora di raggiungere l'adolescenza diventa una presenza fissa in radio, dove conduce un suo programma di musica gospel.
Le prime esperienze come cantante arrivano grazie all'etichetta indipendente Apollo, che nella seconda parte degli anni Cinquanta gli consente di incidere i suoi primi singoli e di cominciare a farsi conoscere nel giro del gospel.
Il salto verso una carriera vera e propria, però, arriva con il trasferimento presso la prestigiosa e potente Atlantic Records, la stessa etichetta che traghetta verso la fama ex cantanti gospel del calibro di Aretha Franklin e Wilson Pickett.
È così che a partire dal 1964 Solomon Burke infila una serie di singoli che conquistano le zone calde delle classifiche r&b. Si tratta di brani come "Just Out Of Reach", "Cry To Me", "If You Need Me", "Got To Get You Off My Mind", "Tonight's The Night" e "Goodbye Baby (Baby Goodbye)".
A differenza dei colleghi Franklin e Pickett, però, Solomon Burke non riesce ad allargare la cerchia degli estimatori all'interno del panorama pop. Qualche incursione nelle classifiche sì, pure qualche ascoltatore che si affeziona e comincia a seguirlo anche al di fuori del pop. Però nulla che assomigli all'affermazione, vasta e durevole, cui vanno incontro Aretha Franklin e Wilson Pickett.
L'avventura con Atlantic Records termina nel 1968, quando il disco "I Wish I Knew" sancisce la fine della collaborazione e inaugura un futuro molto meno stabile dal punto di vista dei contratti discografici: nel corso degli anni successivi, infatti, Solomon Burke cambia casa di produzione quasi come fosse un vestito.
Questo non gli impedisce di andare incontro a importanti successi di pubblico e di critica. È il caso, per esempio, del brano "Proud Mary", cover del gruppo rock Creedence Clearwater Revival e trascinatore dell'album omonimo (pubblicato nel 1969). È anche il caso dell'ottimo disco "Sidewalks, Fences & Walls", uscito dieci anni più tardi dopo una miriade di pubblicazioni intermedie.
Nel corso degli anni Ottanta e Novanta Solomon Burke diventa una sorta di icona vivente, l'alfiere della soul music più classica, rispettato, onorato e coccolato. La sua benedizione, però, è anche la sua condanna, sempre che di condanna si possa parlare: essere il portavoce del soul classico significa anche rimanere sostanzialmente estraneo all'enorme pubblico che segue il panorama musicale pop.
Insomma: come già accaduto ai tempi d'oro di Atlantic Records, Solomon Burke è un punto di riferimento solo per coloro che frequentano il genere soul e hanno voglia di ascoltare una delle sue leggende mentre, di disco in disco, riesce a mantenere una purezza stilistica e un timbro vocale invidiabili.
Dunque la sua fama presso il grande pubblico rimane ridotta. Non quella presso gli altri musicisti, però: a dimostrarlo basta l'album "Don't Give Up On Me", prodotto da Fat Possum nel luglio del 2002. Il disco vanta la produzione di Joe Henry e il contributo di grandissimi cantautori, gente come Elvis Costello, Dan Penn, Nick Lowe e Tom Waits: la critica non usa mezzi termini e proclama "Don't Give Up On Me" punto di riferimento irrinunciabile, paragonabile per importanza ad "American Recordings" di Johnny Cash.
Nel 2004 Zucchero Fornaciari, uno che di soul e blues se ne intende, lo chiama per un duetto sul brano "Diavolo In Me". Ancora una volta, con una quarantina d'anni di carriera alle spalle, Solomon Burke conferma una voce strepitosa e una classe senza pari.
L'anno successivo "Make Do With What You Got" segna il ritorno con un album tutto suo: l'appuntamento è per l'1 marzo del 2005.
Il 2006 è l'anno di "Erice", nel 2008 arriva "Like A Fire" e nel 2010 "Nothing's Impossible".
L'artista muore nell'ottobre del 2010 all'aeroporto Schiphol di Amsterdam, colto da malore. L'artista era in tour e avrebbe dovuto esibirsi in un clud della città olandese.