The Church

The Church

Il gruppo simbolo del rock australiano, capace di far rivivere negli anni Ottanta l'epopea dei Byrds.
La marginalità geografica non ha certo aiutato The Church, il cui songbook resta però uno dei più importanti di tutto il rock sporcato pischedelico. All'inizio degli anni Ottanta si assiste a una sorta di controrivoluzione, in reazione alla new wave. Alcuni gruppi iniziano a inserire delle componenti sognanti nella propria musica, allontanandosi così dai canoni del post punk. E se in Inghilterra agiscono gli Smiths e negli Usa i REM, in Australia emerge il gruppo guidato da Steve Kilbey, carismatico bassista dotato di una voce dall'inflessione curiosamente simile a quella di David Bowie. Kilbey costruisce una lineup in cui le due chitarre abbiano un ruolo complementare, come se si trattasse di due soliste, che si scambiano la parte più volte nello stesso pezzo. I due axeman sono Peter Koppes e Marty Wilson-Piper, un inglese di Liverpool profondamente influenzato dal suono di Echo And The Bunnymen. Nasce così una wave dotata di un linguaggio espressivo meno angusto e monocorde, che pesca a piene mani dal suono jingle-jangle del merseybeat, e che riadatta la lezione dei Byrds agli anni cupi di Cure e Joy Division.

Quell'indimenticabile crociata
La scena australiana alla fine degli anni Settanta è una specie di terra protetta del rock'n'roll. Gruppi fenomenali come i Saints e i Radio Birdman, dediti a uno stile primordiale che riecheggia le gemme grezze dei Nuggets, hanno permesso a una nidiata di band di crescere nel culto del guitar sound. In molti prendono la strada di Berlino, di fatto colonizzata dagli wavers degli Antipodi, a partire da Nick Cave, Mick Harvey, Hugo Race, Simon Bonney. Altre entità, dedite a un suono più addomesticato e intriso di psichedelia, segneranno la generazione seguente del rock australiano, da Del Amitri a Triffids, passando per i più commerciali Midnight Oil. Il gruppo più interessante sono però The Church, formati da Steve Kilbey, e che esordiscono nel 1980 con un album clamoroso, "Of Skin And Heart". La musica è tagliente, gli arrangiamenti essenziali, le melodie byrdsiane, sospinte dal suono cristallino delle chitarre Rickenbaker, sono quanto di più raffinato è dato sentire in quel momento. Il singolo "Unguarded Moment" rappresenta forse la cosa più pop scritta dal gruppo, mentre "Too Fast For You" fa già intravedere gli sviluppi folksy di quel suono che troverà compiuta espressione in "The Blurred Crusade" (1982), il lavoro più dolcemente psichedelico della formazione. "When You Were Mine" è l'hit portante di questo lavoro, e inizia a piegare verso atmosfere più oscure, sostenuta da un profilo ritmico spettacolare. Il resto del lavoro però è più downtempo, e anzi i Church giocano a dilatare le atmosfere brano dopo brano. In maniera insospettabile, la band decide poi di editare due lavori di wave plumbea, con un uso più sistematico dell'elettronica, uno degli amori di Kilbey. Ma "Seance"(1983) e "Remote Luxury" (1984) sono due clamorosi fallimenti, che portano molti a concludere che la verve della band si è già esaurita.

Un pomeriggio d'oro
E invece il bello deve ancora iniziare. Complice una produzione più tirata e arrangiamenti che ricorrono occasionalmente anche ai fiati, "Heyday" (1985) è uno dei migliori album di guitar rock di sempre. Il tiro di tracce come "Myrrh", sospinta dal fuzz della chitarra, è pauroso, mentre la spettacolare "Tantalized" unisce in maniera innovativa west coast e Motown. Il gruppo ora suona meno psichedelico, ed è pronto al suo album più accessibile, "Starfish" (1988), che viene mandato in orbita da una ballata elettro-acustica di sapore notturno, "Under The Milky Way". Gli inglesi impazziscono per questa ipotesi raffinatissima di pop-rock alla Loyd Cole & the Commotions, e che continua però a evocare i grandi spazi e le distanze infinite del continente australe.
"Antenna" crea un suono circolare che brucia le tappe e guarda più in là della generazione shoegazer ancora a venire, mentre "Reptile" è la cosa più dura mai scritta dal gruppo, un hard rock doorsiano, in cui Kilbey sciorina tutte le sue doti mesmeriche di vocalist. E mentre i componenti della band editano lavori solisti a pioggia, "Gold Afternoon Fix"(1990) porta a definitiva maturazione questo intreccio di chitarre, in singoli a presa rapida come "You're Stll Beautiful" e "Metropolis". La seconda parte dell'album però è cupa, e sembra preludere a una crisi. Che effettivamente il gruppo attraversa, allorché Wilson-Piper si trasferisce a Stoccolma. E se "Priest=Aura" (1992) è soffuso e intriso di malinconia, "Sometime Anywhere" (1994) naufraga sotto l'ambizione di creare una sorta di trip sonoro. Nel contempo Peter Koppes lascia il gruppo, privandolo della riuscita formula delle due solo guitar. Una parziale rinascita avviene con un altro lavoro onirico, "Magician Among The Spirits And Some"(1998), ma il songwriting conciso e illuminato di una volta appare definitivamente appannato, nonostante il lodevole tentativo di aprirsi a nuovi generi, come lo stile neoclassico alla Nyman, la musica etnica, il jazz d'atmosfera, tutti mescolati con l'intramontabile jingle-jangle delle chitarre e la vocalità sempre più scura di Kilbey. Il disco più mediocre della loro carriera arriva nel 1998, con "Hologram Of Baal"(1998), nonostante il rientro di Koppes e l'ottima tenuta live, anche grazie alla possibilità di attingere a un repertorio che non teme confronti. Più interessante è "A Box Of Byrds" (1999), raccolta di cover registrate nella campagna svedese, mentre i lavori editati dopo il 2000 confermano che il gruppo ha ormai dato il meglio di sé, e si è definitivamente attestato su di un livello qualitativo che nulla aggiunge ai capolavori dei decenni precedenti.