The Doors

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The Doors

Il rock che schiude le porte della percezione.
Venice Beach, Los Angeles, 1965: due studenti di cinema della UCLA stringono amicizia, e spinti dalla comune passione per la musica e la poesia maledetta decidono di mettere n piedi una band. Sono Jim Morrison, figlio ribelle di un ufficiale della Marina militare e Ray Manzarek, originario di Chicago e già membro dei Rick & The Ravens, una blues band in cui suona le tastiere al fianco con il batterista John Densmore. Sarà proprio quest'ultimo, insieme al chitarrista Robby Krieger, ha completare il quartetto che alla fine dello stesso anno si battezzato The Doors.
Il nome del gruppo s'ispira a "Le Porte Della Percezione" di Aldous Huxley, un saggio che studia gli effetti sulla mente della mescalina, sostanza allucinogena contenuta nel peyote. Il titolo del libro prende spunto a sua volta da una frase del poeta e pittore inglese William Blake: "Se le porte della percezione fossero sgomberate, ogni cosa apparirebbe così com'è, infinita". Insomma i Doors si pongono come i continuatori, in veste rock, di quella letteratura visionaria che avuto i suoi massimi rappresentanti in Rimbaud, Baudelaire, Maupassant, Burroghs e Ginsberg.
Iniziano ad animare la notte losangelina dal palco del London Fog, un locale di Sunset Boulevard. Il loro rock-blues psichedelico, lontano anni luce dal sound della West Coast alla Beach Boys, ha il respiro di qualcosa di assolutamente nuovo e i quattro approdano trionfalmente al mitico Whiskey A Go-Go. Il passo verso il contratto con la Elektra è breve e nel gennaio del 1967 pubblicano il loro primo omonimo album.
Frutto di due settimane di registrazioni, è uno dei più folgoranti dischi di debutto della storia del rock. I versi di Morrison, cantanti con una voce suadente e baritonale, sono un pugno nello stomaco al perbenismo dell'America puritana: il verso finale censurato "Mother, I want to fuck you!", che chiude la lunga e angosciosa "The End", simboleggia al meglio il desiderio di provocare e gridare a gran voce che c'è una nuova generazione di giovani che vuole fare piazza pulita dell'ordine precostituito.
Ma non c'è solo Morisson. I Doors sono una grande band che sa mescolare alla perfezione rock, blues, pop e psichedelia: Manzarek sposta i confini della tastiera e dell'organo con lunghe digressioni allucinate (suona e arrangia anche il basso), Krieger sforna riff irresistibili ("Break On Through") e compone uno dei pezzi più celebri della storia del rock ("Light My Fire"), e Densmore non è certo un comprimario. Sono tre musicisti dalla formazione e dai gusti diversi, che riescono comunque a far convivere in modo assolutamente originale e armonioso i loro stili. Il successo di pubblico, enorme, arriva subito e "Light MY Fire" raggiunge il primo posto delle classifiche statunitensi.
L'esibizioni dal vivo non fanno che accrescere l'aura mitica che avvolge il gruppo: Morrison è un performer trascinante e gli show del gruppo mirano a coinvolgere il gruppo in un momento di estasi collettiva.
Il secondo album, "Strange Days", pubblicato a qualche mese di distanza, conferma il talento e la forza dirompente del gruppo bissando il successo dell'esordio: anche qui si alternano pezzi più melodici e orecchiabili (la trascinante "Love Two Times"), lunghi viaggi nella psiche umana ("When The Music It's Over" con i suoi 11 minuti di durata) e malinconiche riflessioni di Morrison ("People Are Strange").
Nel 1968 i Doors partono per il loro primo tour europeo, durante il quale si esibiscono anche al fianco dei Jefferson Airplane in un memorabile concerto alla Roundhouse di Londra. Nello stesso anno pubblicano "Waiting For The Sun", terzo LP in due anni, il quale, se non tocca i vertici dei primi due lavori, vanta comunque un'altra numero 1 nelle classifiche Usa ("Hello I Love You").
Morrison si dedica nel frattempo a progetti artistici paralleli: pubblica due raccolte di poesie, "The Lords" e "The New Creatures", e realizza due film sperimentali con ex-compagni della UCLA.
Il ritorno dei Doors non si fa comunque attendere molto, perché nel luglio del 1969 pubblicano "The Soft Parade", unanimemente riconosciuto come il loro più debole lavoro in studio. Il tentativo di integrare archi e ottoni al loro rock-blues psichedelico risulta (con l'eccezione del singolo "Touch Me") poco felice.
Ma il momento di stasi creativa è forse imputabile anche alle tensioni createsi all'interno del gruppo, soprattutto a causa della condotta di vita del suo frontman: l'abuso di alcol e droga è ormai accompagnato da atteggiamenti sempre più provocatori ed eccentrici. Il primo marzo di quell'anno Morrison viene addirittura arrestato durante un concerto a Miami per aver mostrato il suo organo sessuale al numeroso (e delirante) pubblico presente. Morrison sembra più interessato a intraprendere una personale crociata contro il perbenismo americano che a fare il musicista, e il resto del gruppo non sempre gradisce.
Nel 1970 la band di Los Angeles dà alle stampe "Morrison Hotel", quarto album in studio in carriera: abbandonati gli arrangiamenti sofisticati di "The Soft Parade", è (e rimarrà) il disco più rock dei Doors e segna un deciso ritorno alle radici blues e country, come dimostra il pezzo d'apertura "Roadhouse Blues" (un classico intramontabile). La critica, dopo aver storto il naso per il lavoro precedente, apprezza e rilancia le quotazioni di Morrison e compagni che nello stesso anno pubblicano il doppio "Absolutely Live".
È il resoconto di una lunga serie di concerti che i Doors hanno tenuto tra il 1969 e il 1970, ma se da un lato fotografa bene le atmosfere di misticismo collettivo in cui erano avvolte le esibizioni del gruppo, dall'altro mette spesso in evidenza uno stato di quasi perenne incoscienza in cui Morrison era immerso, non nascondendo atteggiamenti di distacco e d'insofferenza verso i riflettori dello showbiz.
Le tensioni all'interno del quartetto sembrano però essersi allentate, così il gruppo entra in studio di registrazione per registrare nuove canzoni. Ne esce "L.A. Woman", l'ultimo disco dei Doors con il proprio frontman: la matrice blues non è mai stata così forte in tutta la carriera, e l'album risulta sicuramente il più riuscito dopo "Strange Days". A trascinarlo ci sono la splendida title-track (un rock-blues tirato per oltre 7 minuti) e la struggente "Riders On The Storm", brano di chiusura del disco e testamento artistico di Morrison.
Il disco viene pubblicato in aprile del 1971, ma il cantante già dal marzo precedente si è trasferito a Parigi con la moglie Pamela. Ed è proprio qui, nella camera d'albergo dove alloggia, che la notte del 3 luglio muore, in seguito (pare) ad un'overdose. La notizia viene diffusa tre giorni dopo, quando Morrison è già stato sepolto nel cimitero di Pere Lachaise, poco a nord della capitale francese.
I tre restanti membri del gruppo, anche per le insistenti richieste della Elektra, tentano di proseguire senza il loro cantante. Se lo sforzo è encomiabile (non si limitano a ingaggiare un nuovo vocalist ma cercano d'intraprendere nuove strade musicali) i risultati sono deludenti: "Other Voices" e "Full Circe", pubblicati tra la fine del 1971 e l'estate del 1972, ottengono uno scarsissimo successo inducendo la band a sciogliersi.
Manzarek e Krieger intraprendono una discreta carriera solista: il secondo è sicuramente il più prolifico degli ex-Doors, e con Densmore forma anche la Butts Band, con la quale pubblica due dischi.
La fama dei Doors, intanto, cresce in maniera esponenziale con il passere degli anni, e la figura di Morrison raggiunge contorni leggendari, che lo fanno entrare di diritto nel pantheon dei maledetti del rock insieme a Jimi Hendrix e Janis Joplin.
A conferma del fascino e l'ammirazione che il gruppo esercita nei decenni seguenti ci sono anche le opere di due grandi registi: "Apocalypse Now" (1979) di Francis Ford Coppola che utilizza "The End" nella lunga e memorabile sequenza iniziale, e "The Doors" (1991) di Oliver Stone, film (molto discusso) sulla breve ma folgorante carriera del quartetto di Los Angeles.