The Melvins

The Melvins

I nonni del grunge. Nati nella stessa città dei Nirvana Kurt Cobain e Chris Novoselic, i Melvins sono stati la fonte battesimale di tutto il movimento di Seattle, ritagliandosi per sé poche note a pié di pagina nella storia della discografia rock: troppo poco accattivante il loro sound rallentato, pesante e disgregatorio per sfondare le classifiche, nemmeno quando l'icona Cobain ha sdoganato l'umido suono dello stato di Washington a livello planetario. Qualche successo in più l'hanno ottenuto i Mudhoney, una delle tante filiazioni costolari del seme dei Melvins, ma questa è la classica storia dei figli che superano i padri.
Buzz Osbourne (voce e chitarra) e Matt Lukin (basso) formano la band nel 1984 ad Aberdeen quando registrano una session che, due anni dopo sarà pubblicata come "Six Song": è la mutevole colonna vertebrale della loro carriera, dal momento che di aggiunta in aggiunta lo stesso master diventerà in seguito "Eight Songs" nel 1991 e "26 Songs" nel 2003. Ed è anche il modello discografico di una band che al suono granitico e potente non ha mai fatto seguire una produzione discografica altrettanto granitica e coerente. Il 1987 è l'anno di "Gluey Porch Treatments", manifesto programmatico del loro stile fatto di lente e ossessive degenerazioni soniche corrose da feedback degenerativi, ritmi marziali alternati a controtempi, pause e attacchi nevrotici di batteria, e voce catartica: la riduzione al minimo genetico del suono e delle strutture grunge.
Manifesto e fine della prima stagione, "Gluey Porch Treatments" rimarrà per un certo periodo un album isolato: Osbourne molla e corre da Lorax Black, sua fidanzata nonché bassista dei Clown Alley; Lukin si prende una pausa e fonda i Mudhoney; e bisogna aspettare il 1988 per veder tornare alla vita musicale i Melvins. A loro due si è intanto aggiunto Dale Crover (batteria), il cui apporto è già nell'album "Ozma" del 1989, l'ennesimo gradino verso la discesa all'essenza del neo hard rock: è con questo album che la loro esasperante lentezza diventa leggenda e dogma, come stavano dimostrando alcuni singoli disordinatamente usciti nello stesso periodo ("Your Blessened", "Oven", "Revulsion", "With Your Heart", "Sweet Young Thing").
Il compimento formale giunge con "Bullhead", disco che vede la luce nello stesso profetico anno 1991: è l'intransigenza dell'inquadramento che si protrae fino alle sue estreme conseguenze musicali come dimostra il singolo "Charmicarmicat" che appare nell'EP successivo "Eggnog". Ma alla granitica fedeltà al loro verbo musicale non segue, appunto, identica coerenza discografica e da questo momento ha inizio una metastasi di pubblicazioni che con il tempo affaticherà la produzione dei Melvins: dopo l'omaggio ai Kiss di "Night Goat" i Melvins (con Black che lascia temporaneamente il posto a Joe Preston degli Earth) registrano nel 1992 un disco a testa oltre all'omonimo "Melvins". Questo album, che in origine doveva chiamarsi "Lysol", è la summa teogonica dei Melvins: un flusso continuo e ininterrotto, suonato in un autentico stato di grazia, che - si saprà in seguito - mette la parola fine al periodo classico dei Melvins. "Houdini" (1993) con il basso impugnato da Lorax, sovrappone alla loro impronta sperimentazioni che non sono altro che il desiderio, da parte della band, di esplorare nuove teste di ponte musicali.
Ma la ricerca di altri approdi contiene il rischio di derive e infatti "Prick" e ancor più "Stoner Witch" (con Mark Deutrom, il produttore di "Ozma", al basso) guardano strabicamente a troppi generi per poter fondare un proprio genere. La deriva ultima di questa tendenza è "Stag", che esce per la Atlantic nel 1996: dilaniati dal dubbio da major tra la tentazione commerciale e la resistenza a rimanere duri e puri, i Melvins finiscono per confezionare un disco che ha troppo dentro di sé per avere anche una logica. Tanto che la distillazione da forma estetica musicale diventa sostanza discografica: a partire da gennaio del 1996 i Melvins pubblicano un singolo al mese che saranno poi raccolti in "Singles 1-12" nel 1997, seguito da un'altra raccolta di singoli e rarità intitolata "Leech".
Nello stesso 1997 giungono però i primi segnali di ravvedimento: "Honky" punta a contenere la dispersione della sostanza musicale e cala alcuni pezzi ("They All Must Be Slaughtered", "Air Breather Deep In The Arms Of Morphius", "Mombius Hibachi" e "How-++-") di ravvedimento rumoristico. L'arrivo nel 1998 del nuovo bassista Kevin Rutmanis apre il ciclo di una trilogia che passa da "The Maggot" a "The Bootlicker" e a "Crybaby": i tre dischi escono a tre mesi di distanza l'uno dall'altro e hanno l'intenzione programmatica di rifondare l'heavy metal partendo dalle sue basi intellettuali e giungendo alla furia iconoclasta. Talmente dirompente che anche le successive uscite discografiche, da "Hostile Ambient Takeover" del 2002, a "Pigs Of The Roman Empire" in collaborazione con Lustmord, fino a "Never Breathe What You Can't See" in collaborazione con Jello Biafra non riescono a strappare altri commenti se non la rivisitazione datata di un mito. Rimane il seme lasciato dai Melvins sotto il cielo del grunge, e i progetti paralleli avviati da Osbourne (che con Dave Lombardo ex Slayer e Trevor Dunn dei Mr Bungle ha dato vita ai Fantomas) e di Kevin Rutmanis che con Patton ha creato i Tomahawk.