Tom Jones

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Tom Jones

Larynx Of Steel, The Voice (gallese), il leone, Tiger Tom.
Tom Jones è unico. Tom Jones è un mostro sacro del rock'n'roll e dintorni, un animale da musica, un artista versatile e carismatico. Nell'arco di quasi 40 anni di attività ha toccato pressoché ogni genere musicale - pop confidenziale, rock, country in stile Nashville, dance, r'n'b, feuilleton orchestrale da Las Vegas. Unica costante, oltre al successo inarrestabile: la sua voce. Virile, sensuale, a tratti baritonale, ha percorso le vie mondane dello showbiz senza corrompersi.
Come dire: Tom Jones sa re-inventarsi e sorprendere, sempre.
Thomas Jones Woodward, figlio di un minatore della Rhondda Valley e di una casalinga – Tom conserverà sempre con orgoglio le proprie radici proletarie, nasce il 7 giugno 1940 a Pontypridd, paesino non lontano da Cardiff. Il coro della chiesa lo inizia alle gioie del canto, ma lui trascorre più tempo al pub e a rimorchiare ragazze che in chiesa, fedele al verbo e allo stile dei teddy boy (giubbotto di pelle alla Fonzie, ciuffo rilucente di brillantina e stivaletti da motociclista).
A 17 anni Tom è già maritato e padre di un pargolo, il suo futuro manager Mark Woodmark. Si mantiene con lavori saltuari in fabbrica, mentre di notte canta nei locali della zona. Nel 1963 inizia a la carriera professionista e si fa notare per le sue doti vocali nella band beat The Senators, con lo pseudonimo Tommy Scott. Nel 1964, dopo alcune registrazioni con il produttore Joe Meek e un primo, labile contatto con la Decca, si mette sotto l'ala dell'aspirante manager Gordon Mills, ex cantante dei Viscounts.
Sceglie Tom Jones come nome d'arte e si trasferisce a Londra insieme a Mills, alla disperata ricerca di un contratto discografico, spesso rifiutato a causa della voce black, dell'attitudine alla Elvis e dello stile sessualmente esplicito. Si fa avanti proprio la Decca, sfuggita nel primo approccio, che lo mette sotto contratto e gli permette di realizzare il singolo "Chills And Fever". Un mezzo flop, ma Tom non dovrà aspettare a lungo per venire consacrato tra i numi del pop.
La magnifica, pantagruelica "It's Not Unusual" (scritta da Mills), una delle canzoni di maggior successo di tutta la decade, esce nel 1965 e, promossa dall'emittente corsara Radio Caroline a causa dell'ostracismo della pudica BBC, in un brevissimo lasso di tempo proietta il nome di Tom Jones tra le stelle.
All'indiscutibile qualità del brano, e a una voce prorompente, si aggiunge l'impatto carismatico e ruvidamente erotico che Jones riversa sul pubblico durante le sue performance dal vivo. L'innata sensualità - sia che il leone indossi una camicia aperta sul petto o un impeccabile smoking – fa impazzire nonne, mamme e figlie, che arrivano spesso a lanciare biancheria intima sul paco, ed eleva il cantante gallese allo status di uno dei primi veri sex symbol degli anni Sessanta.
A "It's Not Unusual" (e al disco di debutto "Along Came Jones" del 1965) segue una serie di grandi successi: la colonna sonora "What's New Pussycat?", "I'll Never Fall In Love Again" (entrambe scritte dal grande Burt Bacharach), "Help Yourself", "Once Upon A Time", "Delilah" (contenuta nel disco omonimo del 1968 e riproposta in italiano da Jimmy Fontana), "Little Lonely One", "With These Hands", "Thunderball" (colonna sonora del film di James Bond del 1966).
Tom stringe amicizia con il re dei re, l'irraggiungibile Elvis Presley, che frequenterà fino al 1977, anno in cui The King assurge al cielo. Sempre nel 1966, l'immagine di irruente sex symbol mostra qualche cedimento e Mills guida il suo protetto a vestire i panni più maturi (e commercialmente appetibili) di crooner in abito scuro, perfettamente adagiati sulla svolta in stile country di "Green, Green Grass Of Home" (singolo e disco benedetti dalla fortuna).
Tom ormai naviga con disinvoltura da un genere all'altro, senza perdere un grammo di grinta e di carica sessuale, e i suoi dischi inanellano un successo dietro l'altro. Splendono in particolare "Live In Las Vegas" (città dove il gallese si esibisce per la prima volta nel 1967, al Flamingo, e che diventerà la culla del suo mito) del 1969, "Tom" (1970), "This Is Tom Jones" (1970).
Gli anni Settanta si aprono alla grande per il leone: sforna hit con disarmante costanza, si trasferisce a Los Angeles (ma definitivamente solo nel 1974, per sfuggire ai salassi del fisco inglese), conduce il programma tv "This Is Tom Jones" per la rete ABC. Dopo la consacrazione come intrattenitore televisivo, si apre per lui una lucrosa carriera – spesso irradiante nel pubblico autentica isteria collettiva - nei locali più in di Las Vegas, a discapito della produzione discografica che rallenta vistosamente (un album all'anno, invece che i soliti due o tre). Comunque, alla fine del decennio Tom supera la soglia dei 30 milioni di LP venduti.
Jones attraversa un periodo di relativo silenzio durante gli anni Ottanta: prosegue senza requie il rito del concerto da vivo, ma pubblica poco - e di scarso interesse - tra il 1983 e il 1989. Vittima di una sorta di consunzione da stereotipo, si ritrova esaurito e incapace di comunicare con le nuove leve di ascoltatori, che lo vedono come un rudere per nonne annoiate.
Urge un rinnovamento.
Quando Mills muore di cancro nel 1986, il figlio di Tom, Mark Woodmark, diventa il nuovo manager e sottopone il leone gallese ad un'opera di restauro integrale. Basta capelli con la permanente, catene dorate al collo, giacche iridescenti. Tom Jones, risollevandosi da una crisi creativa, attinge a risorse insospettabili, e da qui in avanti saprà continuamente mettersi in discussione, con intelligenza e intuito.
Il singolo "A Boy From Nowhere" (1987), tratto dalla colonna sonora della commedia "Matador" di cui è attore protagonista, fa assaggiare nuovamente a Tom il gusto delle classifiche inglesi, disertate da tempo. Una riedizione di "It's Not Unusual" porta alla sua riscoperta in Europa, preparando il terreno per il prepotente ritorno del 1988, quando canta nella cover di Prince "Kiss", accanto agli Art Of Noise, band techno pop d'avanguardia.
Il brano entra nella top ten inglese e spopola oltreoceano, riabilitando la figura di Jones anche fra le nuove generazioni allattate da MTV. Il tour che segue è un grande successo, poi, dopo aver recitato del dramma per sole voci "Under Milk Wood" (1988, con Anthony Hopkins), l'opera più nota e amata di Dylan Thomas, Jones si rifugia nuovamente nel circuito dei club - dove mantiene inalterato il magnetico richiamo – e nella tv inglese, con lo show The Right Stuff.
Nel 1991 collabora con Van Morrison in "Carryng A Torch"; l'anno dopo partecipa – scelta che inizialmente può sembrare suicida - al prestigioso festival rock di Glastonbury: il responso del pubblico giovane è sorprendente e nel 1993 esce "The Lead And How To Swing It" (edito dalla Interscope, la label di Snoop Dogg, Dr. Dre e in seguito di Eminem), l'album che segna il ritorno in grande stile.
La miscela di suoni dance e pop si sposa sontuosamente con la voce di Tom Jones, che migliora con il tempo e si arricchisce di aromi robusti e intensi, come il buon vino affinato in barrique. Il successo, sebbene per ora (ma è solo questione di tempo) non stratosferico, vale a sdoganare Tom Jones tra le nuove generazioni, tanto che finisce anche in una puntata dei Simpsons e nel 1996 interpreta se stesso nello strepitoso "Mars Attacks!", film diretto dal visionario Tim Burton.
Bisogna comunque aspettare il 1999, con "Reload", per assistere alla ri-consacrazione planetaria di Tom Jones. Il disco vanta collaborazioni con artisti del calibro di Cardigans, Heather Small, Stereophonics, Portishead, Robbie Williams, Zucchero, Pretenders e Van Morrison. Su tutto, splende quella gemma di soul moderno che è "Sex Bomb", ma il resto non è da meno: il mix di brani inediti e cover di hit dei bei Sessanta che furono, in versione dance, rock o pop (a seconda dei casi), conquista sia il pubblico (4 milioni di copie vendute, record personale) che la critica.
Gli anni che seguono sono colmi di soddisfazioni e grandi eventi. Nel 2000 si esibisce, su invito del presidente Bill Clinton, al Lincoln Memorial di Washington per celebrare il nuovo millennio, nel 2001 partecipa al Pavarotti & Friends di Modena e l'anno dopo canta al Giubileo per il cinquantesimo anniversario della Regina d'Inghilterra.
Sul finire del 2002 Tom pubblica "Mr. Jones", splendente grazie al tocco fatato della produzione di Wyclef Jean (ex-Fugees, per chi non lo sapesse). Il singolo e video "Black Betty" è travolgente, sensuale, fragrante. All'inizio del 2003 Tom Jones riceve il Brit Award per il suo outstanding contribution to music (straordinario contributo alla musica), riconoscimento attribuito in precedenza ad artisti del calibro di Sting, U2, David Bowie ed Eurythmics.