Traffic

Traffic

Hanno 'inventato' gli Anni Settanta, virando il rock blues in senso progressivo, inaugurando una grande, indimenticabile stagione musicale.
I Traffic rappresentano, nell'alveo del rock britannico, una specie di reazione ai Cream. Dopo che il power trio di Clapton, Bruce e Baker porta il blues a deragliare lungo una traiettoria sempre più canonica, solipsistica e destrutturata, Steve Winwood e soci provvedono a riportare ordine e disciplina nel magma sonoro di una musica che ha perso per strada il senso infallibile della melodia propria di Beatles, Kinks e Love. Pur restando distanti dall'enfasi sinfonica di Yes e Genesis. Sono i Traffic a introdurre architetture sonore di derivazione classica, imbrigliando il furore improvvisativo del rock, e riconducendolo a linguaggi espressivi quali country, folk, jazz. Si fermano dunque sulla soglia del progressive, i Traffic. Lasciando uno dei songbook più felici e fortunati di quegli anni.

Le ceneri di Spencer Davis
Nel 1964 una band domina la scena rhythm and blues inglese: si tratta dello Spencer Davis Goup, che i puristi amano molto più di tutte le contaminazioni tra beat, white pop e influenze black. Colonna portante di questa band di Manchester è Steve Winwood, vocalist e tastierista. La peculiarità di Winwood è il suono molto 'americano', sporcato di gospel e intriso di senso del soul, del suo organo. Il gruppo si contende la scena con gli Animals di Eric Burdon, altra voce nera. Nel 1964 questi ultimi firmano un successo incredibile con il singolo "House Of The Rising Sun". Lo Spencer Davis Group risponde con "Gimme Some Loving", basato su un riff monumentale dello stesso Winwood. Che spinge il suo cantato sino alle estreme conseguenze, mutuando lo stile scurissimo e sincopato di Ray Charles. Questa fantastica hit, unitamente all'altro singolo "I'm A man" è una sorta di canto del cigno della formazione: Winwood subito dopo si unisce al chitarrista Dave Mason, al grandioso batterista Jim Capaldi e al sassofonista e flautistaChris Wood. I quattro formano i Traffic, e poco dopo esordiscono con un disco epocale, "Mr Fantasy" (1967).

Mr. Fantasy
La grande novità della band è riuscire a trasmettere un mood malinconico con un suono pastoso e sognante, che però si abbevera alle stesse fonti di Hendrix e John Mayall. Blues–rock virato in tinte catatoniche e autunnali, come a presagire la fine dell'utopia degli anni Sessanta. La title track del disco si apre con un arpeggio nostalgico di chitarra elettroacustica, contrappuntato da un'armonica sommessa. Quello che sembra un blues dolente si accende però di armonie vocali West Coast, secondo uno stilema tipico dei Traffic, e di una chitarra degna di Arthur Lee: è una forma nuova di sincretismo sonoro, che sembra compendiare davvero il meglio di quegli anni. In "No Face, No Name, No Number" la chitarra sembra modellata sulle Rickenbacker dei Byrds, ma il resto dell'arrangiamento, tra clavicembalo, flauto e archi sottotraccia, pone le basi per il suono neobarocco che di lì a poco dominerà in Gran Bretagna. "Traffic" è invece un beat lisergico, con l'organo che dà luogo a figure acide e schizoidi, e il sax che si lancia in una divagazione free, sostenuto dal drumming cangiante di Capaldi. Il successo formidabile dell'album spinge la band a pubblicare a breve distanza altri lavori, che decisamente risentono però della fretta con cui sono stati costruiti. Di "Traffic" (1968) si ricorda soprattutto la psichedelia di "Forty Thousand Headmen". Il successivo "Last Exit" vede la defezione di Mason, ed è un lavoro debole, che si ricorda per il blues rock quasi sudista di "Medicated Goo".

John Barleycorn deve morire
L'attenzione di Winwood si concentra poi su un clamoroso supergruppo, i Blind Faith: un'egida sotto cui si riuniscono lo stesso Winwood, Eric Clapton, Ginger Baker alla batteria e Ric Grech dei Family al basso. Il successo clamoroso dell'album omonimo del 1969, sospinto dal folk venato di white soul di "Cant' Find My Way Home", fanno seriamente temere che i Traffic possano essere abbandonati, a favore della nuova band. Winwood invece non molla il colpo, e, nonostante la fuoriuscita dalla line up di Mason, passato in California alla corte di leone Russel, edita quello che resta il capolavoro della band britannica, "John Barleycorn Must Die" (1970). La title track tradisce il tentativo dei Traffic di accreditarsi come la next big thing del giro new folk inglese. Una sorta di Fairport Convention meno filologici e dotati di un mood più bluesy, ma comunque ancorati alla rilettura di brani del repertorio tradizionale. Tutto l'album è dominato in effetti dal flauto di Wood, a partire dalla umbratile "Freedom Rider", che scimmiotta gli assoli del leader dei Jethro Tull Ian Anderson, in un contesto sonoro indubbiamente più raffinato. Con l'ingresso dello stesso Ric Grech nella formazione, il suono muta decisamente, in favore di lunghe jam improvvisative. "The Low Spark And High Heeled Boys" (1971) è per lo più giocato sulle sospensioni create ad arte dal piano di Winwood, che consentono a sax e percussioni di lanciarsi in divagazioni free-form. Solo "Rock And Roll Stew", ritrova la concisione dei primi lavori, con un tiro quasi hard rock. I dischi successivi ripetono stancamente questo cliché, fino allo scioglimento della band, a metà degli Anni Settanta. Decisamente interessante è invece la carriera di Winwood solista, che culmina nell'elettronica soffusa di "Arc Of A Diver" (1980). Wood muore nel 1983. I Traffic si riformano nel 1994: della lineup originaria restano Capaldi e Winwood. Il risultato è lo scadente "Far From Home" (1994), che non scalfisce il mito del loro folk blues progressivo.